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Il partigiano Johnny, le Langhe di Fenoglio trasportate nel cinema foto

Secondo appuntamento con le pellicole cinematografiche girate in parte o del tutto nella Provincia Granda. Il film di Guido Chiesa del 2000 ha rappresentato una fedele e ottima resa dei luoghi del cuore del grande scrittore albese.

Continuano gli appuntamenti di “Girati in Granda”, la nostra rubrica dedicata ai film che, nel corso dei decenni e con alterne fortune, sono stati girati in parte o del tutto in alcune location della Provincia di Cuneo. Essendo oggi il 25 aprile, non si poteva che analizzare il film Il partigiano Johnny, trasposizione cinematografica del 2000 dell’omonimo romanzo incompiuto di Beppe Fenoglio datato 1968, con la regia del torinese Guido Chiesa.

Trasportare un romanzo sullo schermo cinematografico è forse l’impresa più ardua che un regista possa compiere. Se poi il romanzo in questione è uno dei massimi capolavori della letteratura italiana del secondo dopoguerra, allora il progetto assume le dimensioni di una fatica erculea. Il film di Guido Chiesa, primo war movie italiano del nuovo millennio, assunse così le dimensioni di un esperimento rischioso quanto ambizioso, anche in virtù del fatto che, fino a quel momento, i film italiani totalmente incentrati sulla Resistenza non avevano avuto un grandissimo successo, anzi (si pensi ai flop di Porzus e de I piccoli maestri, solo per restare negli anni Novanta). E bisogna dire, a onor di cronaca, che anche la pellicola di Chiesa, benché interessante sotto molti punti di vista, non riuscì ad invertire questa tendenza, non ottenendo né grandi incassi al botteghino (appena un miliardo di lire in totale), né il plauso unanime della critica, già a partire dalla 57^ Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, alla quale partecipò in concorso.

La storia è quella arcinota di Johnny, militare intellettuale che dopo lo sbando dell’8 settembre ritorna nella sua città natale, Alba, e che ben presto intraprende una straordinaria avventura come partigiano sulle colline delle Langhe, tra eccidi, freddo e una solitudine più volontaria che fortuita. Uno dei tanti alter ego vivificati sulla carta da Fenoglio, personaggio romantico, che rinuncia alla compagnia delle ragazze fino alla fine della guerra e che appare perennemente alla ricerca di appigli, ideologici ed esistenziali, per poter davvero far propria l’esperienza della Resistenza. In questo senso la pellicola di Chiesa rappresenta la trasposizione più fedele possibile delle atmosfere riscontrabili nel romanzo di Fenoglio, in un’operazione assolutamente perfetta a livello filologico, ma probabilmente non così appagante per lo spettatore come avrebbe potuto essere, essendo il cinema e la letteratura comunque sempre media separati, ognuno con le proprie regole per raggiungere l’efficacia del messaggio.

Il protagonista può essere tranquillamente definito come un ribelle confuso (interpretato magistralmente da un giovane Stefano Dionisi, scelto per la sua somiglianza con lo scrittore). La sua naturale propensione all’azione piuttosto che alle parole, va a braccetto con l’ambiguità delle sue idee, non ancora particolarmente formate. Johnny sa quello che non è, cioè un comunista, e ce lo fa capire più volte nel film. Tuttavia, quando eroicamente decide di prendere la via delle colline per combattere come partigiano, si arruola in un primo momento con le Brigate Garibaldi, composte per lo più da comunisti convinti. Johnny si sente subito fuori luogo ma capisce ben presto che l’ideologia in una guerra come la Resistenza conta poco, e ciò vale per tutti. “Io sono contro i fascisti, il resto non mi interessa” gli risponde uno dei più valorosi partigiani rossi. Questa dicotomia interiore tra quello che Johnny sente e fa, la si riscontra anche sul piano narrativo. Non a caso, dopo una disfatta militare il giovane partigiano si ritroverà a combattere insieme ai Badogliani azzurri, monarchici e conservatori, ed è lì che Johnny comincerà veramente la sua esperienza di partigiano, perché si sentirà più coerente con sé stesso.

Ma questa assidua fedeltà al romanzo di Fenoglio da parte del regista, la si riscontra anche sul piano squisitamente tecnico. Di fatto, Il partigiano Johnny, più che raccontare la Resistenza in generale si configura come una sorta di romanzo di formazione, dominato indiscutibilmente dal protagonista, le cui vicende, e non quelle della Storia, finiscono per contare davvero e catturare il lettore. E così, Chiesa ha deciso di lavorare di sottrazione in fase di regia: pochi movimenti di macchina e non molto complessi, un uso della cinepresa tutto sommato standard, un po’ di freschezza solamente nelle scene d’azione, molto ben realizzate soprattutto nella loro aderenza alle leggi del cinema europeo più che allo scontato ricorso agli effetti speciali tipico del war movie americano. Il risultato è un film etichettato solo per comodità nel genere storico, che racconta anche e soprattutto tematiche attualissime e, per così dire, senza tempo, come la voglia di trovare sé stessi, l’ambizione giovanile e la speranza in un futuro più roseo.

Venendo all’aspetto delle location protagoniste del film, non si può che partire dalla città di Alba, assoluta dominatrice di molte scene nella pellicola, soprattutto all’inizio e quando le brigate partigiane riescono a prendere la città, durante quei famosissimi ventitré giorni (raccontati in modo più esauriente dallo stesso Fenoglio nell’omonima raccolta di racconti datata 1952). In quest’ultima circostanza si può ammirare un affresco vivido e quasi commovente dell’atmosfera che dovette avere luogo quel fatidico 10 ottobre 1944, con centinaia di comparse, specialmente ragazzi con al collo fazzoletti blu o rossi e in spalla un fucile, che hanno affollato le vie del centro storico, fino a radunarsi in Piazza Duomo, di fronte alla Cattedrale di San Lorenzo che appare incredibilmente suggestiva anche sullo schermo. Per restare poi nell’ambito cittadino, nel film sono chiaramente riconoscibili anche Via Cavour, Via Vernazza e Piazza Risorgimento.

A dominare incontrastate nella pellicola, però, sono le colline delle Langhe, all’epoca non ancora Patrimonio dell’Unesco, ma eccezionalmente belle, anche in un contesto così cupo e grigio (il film è ambientato per la più parte in autunno e inverno). In particolar modo la prima scena, quella in cui Johnny, imboscato in una villa in collina, guarda attraverso gli scuri il padre che attraversa la vigna per portargli qualcosa da mangiare e le sue adorate sigarette, è stata girata in località Pertinace, nel Comune di Barbaresco e permette allo spettatore di entrare da subito nell’atmosfera generale del film, in termini di ambientazione. In questa stessa scena, è presente anche a poca distanza il letto del Tanaro, che fa capolino in molti altri momenti della pellicola (teatro anche di una terribile battaglia). Curiosa è poi la scelta di trasformare Neive in Mango, dove ha sede il quartier generale dei Partigiani Azzurri. Protagonisti indiscutibili, poi, sono anche i boschi, dove i partigiani sono chiamati in più di un’occasione a fuggire e a nascondersi. Esse sono state quasi tutte girate nel Vallone Sant’Elena, non lontano da quella “Cascina di Langa” dove nel romanzo Johnny si nasconde per lungo tempo assieme all’inseparabile Lupa e a Rina, contadina che dà più di una mano alle brigate partigiane e dove è stato istituito il cosiddetto “Sentiero del Partigiano Johnny”, escursione imperdibile per tutti coloro che desiderano rivivere gli itinerari realmente percorsi da Fenoglio e dal suo alter ego di carta. Infine l’ultima scena, che culmina con l’explicit presente anche nel romanzo, “Due mesi dopo la guerra era finita”, con la battaglia tra i partigiani di Johnny e i Repubblichini che si svolge a Valdivilla, frazione tra Mango e Santo Stefano Belbo, anche se la casa da cui sparano i nemici si trova nei pressi di Benevello. In questo caso è il montaggio a creare una location unica.

Che sia nei suggestivi scorci di una città bellissima come Alba o sulle altrettanto meravigliose, per quanto quasi sempre uggiose, colline delle Langhe, Il partigiano Johnny rappresenta una perfetta resa cinematografica del territorio cuneese, diventato nel 2014 Patrimonio dell’Umanità Unesco. Il risultato di un lavoro di ricerca davvero intelligente da parte della produzione, da esaltare ancor più perché precede la fondazione della Torino Piemonte Film Commission, l’organo che dal settembre del 2000 si occupa di promuovere il territorio piemontese al cinema e che sarà determinante per rendere Cuneo e la Granda protagoniste di diverse pellicole successive. L’impressione è che, nonostante l’insuccesso di pubblico e l’indifferenza della critica, Beppe Fenoglio avrebbe apprezzato di certo la cura dell’ambientazione di questa resa cinematografica del suo romanzo più celebre.