Quantcast

Trentasette anni fa moriva don Raimondo Viale

Il sacerdote, iscritto nell'elenco dei giusti fra le nazioni dell'Ente Nazionale per la Memoria della Shoah di Gerusalemme, è stato protagonista di alcuni dei più eclatanti gesti di antifascismo del nostro territorio.

Se ne andava il 25 settembre del 1984 uno dei più eroici rappresentanti dell’antifascismo cuneese: don Raimondo Viale. Il sacerdote, nato a Limone Piemonte nel 1907 e diventato vicecurato della parrocchia di Borgo San Dalmazzo a soli ventitré anni, si schierò fin da subito apertamente contro il fascismo e i suoi effetti sulla società italiana dell’epoca.

Dopo numerosi segnali di contrasto lungo tutti gli anni Trenta, è con l’avvicinarsi dello spettro bellico che don Viale comincia a manifestare più apertamente il proprio marcato antifascismo. In un’omelia pronunciata pochi giorni dopo l’inizio delle ostilità con la Francia (avvenuto il 10 giugno del 1940) il sacerdote, che aveva già più volte definito la guerra “un’inutile strage”, si oppose senza mezzi termini al secondo conflitto mondiale, ottenendo come risposta da parte del Regime la condanna a 15 mesi di esilio in Molise (precisamente nel paesino di Agnone). Conclusa la sua pena, ritornò a Borgo, ritrovando una realtà ancora peggiore rispetto a quella che aveva lasciato poco più di un anno prima.

Il 19 settembre del 1943, il giorno di una delle prime efferate stragi naziste nel territorio italiano (a Boves), il parroco si prodigò per consegnare ai familiari la salma di Mario Ghibaudo, rischiando nuovamente una severa rappresaglia da parte delle SS o dei neonati Repubblichini. Ma l’8 settembre aveva comportato un’altra conseguenza importante nel territorio di Borgo San Dalmazzo, vale a dire l’esodo degli Ebrei francesi provenienti da Saint Martin Vésubie. Don Viale, comprendendo l’esito nefasto che avrebbe comportato il rispetto degli ordini del capitano Muller, che avevano affisso dei cartelli che intimavano gli ebrei a presentarsi nella zona della stazione, da dove sarebbero partiti alla volta di Auschwitz, si adoperò in ogni modo per salvare il maggior numero di persone possibili, aiutandoli a nascondersi e a darsi alla macchia. Nonostante tutti i suoi sforzi, a mattina del 21 novembre 1943, i 349 prigionieri iniziano il loro viaggio verso Auschwitz, da cui torneranno in vita soltanto nove persone. Il suo impegno fu riconosciuto anche dall’Arcivescovo di Torino Maurilio Fossati, che lo incoraggiò a perseguire in quella direzione, offrendogli anche aiuti materiali, permettendo a molti ebrei di raggiungere Genova e da lì, grazie all’attività della DELASEM (la Delegazione per l’Assistenza degli Emigranti Ebrei) di approdare in Svizzera o in Centro Italia, salvandosi dai rastrellamenti nazi-fascisti.

Dall’agosto del 1944, proprio a causa di questo indefesso impegno a favore dei perseguitati, don Viale fu costretto a prendere la via delle montagne, dandosi alla clandestinità e collaborando con i partigiani cuneesi. Ha operato quotidianamente e per tutta la vita una forma di Resistenza non violenta che è stata celebrata non solo in Italia, ma in ogni parte del mondo, tanto che nel 2000 è stato inserito nella lista dei Giusti fra le nazioni a Yad Vashem, l’Ente Nazionale per la Memoria della Shoah di Gerusalemme. Un’idea di Resistenza da lui esplicitata nella biografia Il prete giusto, in cui il sacerdote ha affidato il racconto della sua vita alla straordinaria penna di Nuto Revelli: «La resistenza è perciò una cosa sacra, è un elemento di vita che conserva la vita, e respinge tutto quello che è contrario alla dignità umana e alla vita stessa». A distanza di trentasette anni dalla sua scomparsa è giusto commemorare il ricordo di uno dei più grandi protagonisti della storia del nostro territorio. Una terra di Resistenza, che non deve mai dimenticare la propria storia.