5 gennaio 1944: l’Eccidio di Ceretto. Quando i nazifascisti uccisero 27 innocenti foto

Alla vigilia dell’Epifania di settantasette anni fa aveva luogo una delle stragi più crudeli ed efferate compiute dai nazifascisti nel nostro territorio. Una vile manovra a tenaglia per seminare terrore nella popolazione che produsse 27 vittime innocenti.

Oggi, martedì 5 gennaio 2021, si commemora una delle pagine più nere della seconda guerra mondiale cuneese, il famigerato Eccidio di Ceretto. La storia è tristemente nota: la mattina del 5 gennaio 1944 una pattuglia nazista proveniente da Cuneo, e una fascista partita da Villafalletto, confluirono in una vile quanto imprevedibile manovra a tenaglia, nel piccolo paese di Ceretto, una delle frazioni del comune di Costigliole Saluzzo, al confine con quello di Busca. L’obiettivo dei militari era quello di tagliare una volta per tutte le gambe alla resistenza, molto attiva in quei luoghi dall’8 settembre in avanti, terrorizzando la comunità e facendo terra bruciata ai ribelli. Gli oppressori, infatti, nell’inverno del ’43, erano giunti alla conclusione, di glaciale pragmatismo, per cui per scoraggiare la guerriglia non occorreva necessariamente eliminare i ribelli, ma sarebbe bastato intimidire con un gesto eclatante la popolazione locale dal sostenerli, come per la gran parte era stato fatto dall’armistizio in avanti. Giunti nelle cascine dei dintorni di Ceretto, pertanto, i nazifascisti diedero fuoco ad abitazioni e raccolti, saccheggiarono armenti e abitazioni private, arrivando ad uccidere tutti coloro che cercavano di proteggere i loro averi o di trovare una via di fuga. Molti contadini si trovavano nei campi: quello del 1943-44, infatti è stato un inverno molto più mite rispetto al normale, e già a gennaio molte delle terre erano lavorabili. Gli oppressori riuscirono anche a fare molti prigionieri che vennero immediatamente radunati nella piazza antistante la chiesa di Ceretto e qui fucilati senza appello. Si è compiuta così una delle stragi più efferate e turpi della seconda guerra mondiale nel nostro territorio, nata dall’alleanza tra le forze repubblichine e quelle tedesche. Il bilancio finale segnerà 27 morti, oggi commemorati con una lapide inaugurata nel 1959 e fortemente voluta dal “Comitato per l’Eccidio” nato subito dopo la guerra, e altrettante case date alle fiamme.

Una strage esecranda, ancora oggi molto sentita e commemorata dai due comuni coinvolti, quello di Costigliole Saluzzo e quello di Busca. I due municipi sono stati insigniti nel 2006 della Medaglia d’argento al merito civile dall’allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi con questa motivazione: “Piccolo centro cuneese, durante l’ultimo conflitto mondiale, subiva una delle più feroci rappresaglie da parte delle truppe naziste, che trucidarono brutalmente numerosi cittadini inermi e incendiarono una ventina di case rurali. La popolazione, con eroico coraggio e indomito spirito patriottico, partecipava alla guerra di Liberazione e offriva ammirevole prova di solidarietà umana nel dare ospitalità ad alcune famiglie ebree”. Anche in un anno come questo, dove tutte le manifestazioni che solitamente vedono la partecipazione di decine e decine di persone sono impedite, i due comuni hanno deciso di non rinunciare alle celebrazioni dell’accaduto.

Domenica 10 gennaio a partire dalle ore 10 daremo il via alle celebrazioni. – commenta il Sindaco di Busca Marco GalloOvviamente esse si svilupperanno in forma ridotta rispetto agli scorsi anni, quando partecipavano tutte le autorità compresi i presidenti della Regione Piemonte. In un anno difficile come questo, però, non potevamo rinunciare a commemorare le vittime di una strage come quella, è anche un modo per dare un segnale forte ai nostri concittadini. Posizioneremo, insieme al mio omologo di Costigliole Saluzzo, una dei fiori presso la fermata di Ceretto, dove avverrà il raduno, e una corona di alloro presso Piazza dei Martiri per la libertà, in prossimità della lapide commemorativa”. Celebrazioni come questa stimolano anche riflessioni sulla memoria in generale, da custodire sempre e comunque, anche se cominciano ad essere fatti occorsi molti decenni fa. “Penso che il compito di noi amministratori – continua il Sindaco- sia prima di tutto quello di passare il testimone ai nostri cittadini su quello che è stato. Se oggi viviamo in un mondo dove si rispettano certi principi è anche grazie a episodi come questi, di resilienza di intere comunità di fronte all’ingiustizia e alla barbarie. In modo particolare ci piace coinvolgere ogni anno le scuole, e mi dispiace che quest’anno ciò non sia possibile. Trasferire il messaggio alle nuove generazioni dev’essere la priorità di noi sindaci, soprattutto in comuni come il nostro e quello di Costigliole Saluzzo, che sono da sempre uniti e concordi nel portare avanti questa missione”.

Abbiamo infine parlato anche con Ivo Sola, Assessore alle Manifestazioni del 5 gennaio e del 25 aprile del Comune di Costigliole Saluzzo, uno dei massimi esperti della vicenda. “Quello che difficilmente si riesce a far capire sull’eccidio del 5 gennaio del ’44 è la portata dell’accaduto. I ventisette morti bisogna parametrarli ai trecento abitanti che Ceretto aveva all’epoca. Praticamente in un solo giorno vennero uccisi barbaramente e senza un motivo vero, tutti i capifamiglia e la gran parte dei giovani uomini del paese. Fu una crudeltà inaudita, senza uno scopo preciso. Infatti era praticamente impossibile che si potessero formare dei gruppi partigiani di una qualche rilevanza su una collina come quella di Ceretto e i nazifascisti certamente ne erano al corrente. Le brigate della Valle Varaita nascevano dalla Lemma in su, e non c’era un motivo “militare” per intervenire contro Ceretto e i suoi innocenti abitanti, che erano semplici contadini. Tra l’altro, fallirono anche in questo intento, perché anziché spaventarsi la popolazione del paese maturò un’insofferenza ancora maggiore nei confronti degli oppressori, sostenendo con maggior forza ogni forma di resistenza. Mio padre, ad esempio, partì per le montagne dopo questo episodio”. Ricordare questi fatti, grazie a testimoni indiretti ma espertissimi come Sola, non ha soltanto una finalità storico-memorialistica, ma anche un’utilità concreta, nella vita di ogni giorno. “Nel ricordare le stragi e le barbarie della guerra non bisogna pensare che quei fatti sono lontani da noi e non torneranno più. Viviamo in un mondo fatto di piccole violenze nel quotidiano e ricordare queste cose è il modo più efficace per lavorare al fine di ripudiare con forza anche la più piccola violenza, per scongiurare sul nascere quelle più grandi. Le cose che sembrano lontane sono più vicine di quanto pensiamo, la dimostrazione l’abbiamo avuta lo scorso marzo, quando prima sentivamo notizie preoccupanti provenienti dalla Cina e tre settimane dopo abbiamo assistito ai camion militari che raccoglievano i morti nelle nostre città. Fare le celebrazioni anche senza la partecipazione della cittadinanza è certamente un segnale forte, che speriamo possa essere apprezzato e colto dalla cittadinanza una volta che questa emergenza sarà finita. Ricordare non deve essere mai fine a se stesso e le celebrazioni devono sempre essere delle partenze, non degli arrivi. Devono tracciare una via per far passare questi messaggi sia a noi che abbiamo avuto a che fare con molti testimoni di quel periodo sia, soprattutto, ai più giovani. Deve essere questo il senso di ogni commemorazione”.