21 novembre 1943: il primo viaggio Borgo-Auschwitz di sola andata foto

In quella domenica mattina di settantasette anni fa, sette convogli pieni di persone lasciarono la stazione di Borgo San Dalmazzo in direzione di Nizza. Da lì saranno portati prima a Drancy (nei pressi di Parigi) e in seguito ad Auschwitz. Solo in diciannove torneranno a casa.

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Quella del 21 novembre è una data storica per la nostra Provincia. Un anniversario troppo spesso dimenticato, che ha segnato una delle pagine più terribili della seconda guerra mondiale per il nostro territorio. Nella mattinata di quella domenica del 1943, infatti, partì il primo convoglio di ebrei diretto ad Auschwitz, portando verso il baratro 329 persone tra uomini, donne, anziani e bambini. Quasi tutti gli sfortunati passeggeri di quei sette famigerati vagoni erano di origine francese, provenienti per lo più da St. Martin Vèsubie, un paesino nel cuore delle Alpi Marittime francesi, occupato dall’esercito italiano dopo lo scoppio del conflitto mondiale del 1940.

La storia del villaggio durante gli anni di guerra è nota. Mentre nella Repubblica di Vichy erano già iniziati i rastrellamenti e le deportazioni degli ebrei da parte dei tedeschi, a St. Martin, territorio occupato dall’Italia, i soldati della  IV Armata si rifiutarono di consegnare ai tedeschi o alle autorità del governo fantoccio di Vichy, gli ebrei alloggiati nella residenza coatta creata nel paese dopo l’occupazione. Di conseguenza, per circa tre anni, il paesino rappresentò una sorta di “oasi” per gli ebrei. Pur essendo ghettizzati, e quindi di fatto prigionieri, costretti a rispondere a due appelli al giorno, essi si sentivano tutto sommato protetti, al sicuro, potendo circolare senza la stella gialla, frequentare gli stessi luoghi dei francesi e condurre un’esistenza tutto sommato tranquilla. Nel giro di poco tempo si sparse la voce e decine di ebrei, provenienti da tutta Europa raggiunsero St. Martin Vèsubie, che non a caso raddoppiò il numero dei suoi abitanti. Le cose cambiarono drasticamente dopo l’8 settembre del 1943, quando, a seguito dell’Armistizio, le truppe italiane furono richiamate oltre le Alpi, per sfuggire all’avanzata tedesca, iniziata immediatamente. Gli ebrei del paese, presentendo il pericolo imminente, decisero di seguire in massa la truppa. Furono circa 800 le persone che, in quei giorni, varcarono l’arco alpino e giunsero nelle nostre valli (prevalentemente in Valle Gesso e in Valle Vermenagna). In molti trovarono ospitalità in famiglie di contadini e montanari che, eroicamente, a rischio della vita, aiutarono questi profughi in nome della solidarietà.

I tedeschi, ovviamente, non rimasero con le mani in mano in seguito all’accaduto. Già il 18 settembre il Capitano Müller delle SS emanò un bando con l’ordine di arresto di tutti gli ebrei stranieri in Provincia di Cuneo, che si sarebbero dovuti presentare, entro le 18, al Polizeihaftlager di Borgo San Dalmazzo, collocato nell’ex caserma degli alpini nel luogo dell’attuale palazzo dell’Azienda sanitaria locale. Chi non avesse risposto all’appello sarebbe stato fucilato, insieme alle famiglie che avessero dato alloggio agli stranieri. Nelle settimane successive la caserma si riempì progressivamente di persone, fino a raggiungere il numero massimo di 355. E così si arriva al 21 novembre, quando, per ordine dell’ufficio antiebraico della Gestapo di Nizza, dalla stazione di Borgo San Dalmazzo sette vagoni merci trasportano 329 persone in Francia, e da lì, in seguito (il 7 dicembre), ad Auschwitz. Il resto della storia è arcinoto, e facilmente immaginabile.

Da Borgo partirà ancora un gruppo di 26 ebrei il 15 febbraio del 1944, questa volta quasi tutti italiani (e cuneesi) verso il campo di internamento di Fossoli. Da lì ventiquattro finirono ad Auschwitz, senza farvi ritorno, e due a Buchenwald, dove riuscirono a sopravvivere.

Oggi alla stazione di Borgo San Dalmazzo sorge un monumento per commemorare gli sfortunati protagonisti di questa storia. Esso consiste in tre dei vagoni merci che quella mattina partirono dalla stazione e in 329 nomi e cognomi, in cui, quelli a terra corrispondono a chi non è tornato, e quelli in piedi ai sopravvissuti. I nomi che si innalzano da terra sono soltanto diciannove.

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