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Episodi o interesse di camorra, mafia e ‘ndrangheta per la Granda?

A Paesana arrestato un camorrista, ad Asti il processo contro gli esponenti di una locale attiva anche ad Alba, una ‘ndrina che operava tra Carmagnola e Cuneo con il placet della mafia individuata dalla Guardia di Finanza. Episodi o un quadro allarmante che inizia a delinearsi?

Mentre un maxi blitz condotto nel Parco Verde di Caivano, nei sobborghi di Napoli, ha inferto un duro colpo a una delle maggiori piazze di spaccio d’Europa con 17 arresti di affiliati ai clan camorristi Sautto-Ciccarelli, ritenuti responsabili a vario titolo dei reati di associazione a delinquere di stampo mafioso, estorsione e tentata estorsione aggravate dal metodo mafioso, illecita concorrenza con minaccia o violenza aggravata dal metodo mafioso, porto e detenzione illegale di armi clandestine, gli effetti di questa brillante operazione dei carabinieri si sono sentiti anche in provincia di Cuneo, precisamente a Paesana, dove un uomo su cui pendeva un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip del Tribunale di Napoli è stato arrestato.

L’uomo, un napoletano di mezza età, fermato dai Carabinieri della Compagnia di Saluzzo supportati dai militari della stazione di Paesana si trovava nel paese della Valle Po di passaggio e per motivi legati ad alcuni lavori in subappalto in un impianto di produzione idroelettrica.

Detto ciò, si pongono due quesiti inquietanti: è sicuro che l’arrestato fosse a Paesana per questioni lavorative e non per motivi legati alla sua affiliazione camorristica? E, se fosse stato davvero impegnato in lavori in subappalto, come poteva farlo se era ricercato? E poi, l’attestazione antimafia che le aziende devono esibire per poter lavorare, in questo caso specifico com’è stata prodotta?

Negli ultimi tempi ci sono stati diversi episodi che riconducono alla presenza in provincia di Cuneo di elementi legati alla ‘ndrangheta o alla camorra o, ancora, alla mafia. Il Tribunale di Torino ha condannato 17 persone imputate per il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso, rapine ed estorsioni come atto conclusivo dell’inchiesta “Barbarossa” avviata dai carabinieri del comando provinciale di Asti. Gli imputati sono stati riconosciuti come esponenti della locale della ‘ndrangheta attiva tra Alba, Costigliole d’Asti e Asti.

Durante il processo che si sta tenendo ad Asti, sempre in seguito all’inchiesta “Barbarossa” una delle dichiarazioni rese ai giudici da un artigiano che ha deposto in aula, raccontando il tentativo di estorsione di cui sarebbe stato oggetto è stata: “Tu non sai chi siamo noi – mi dissero – chiedi a Costigliole chi comanda e chi comanda ad Alba e ad Alessandria”.

E, ancora, gli investigatori della Guardia di Finanza che hanno ricostruito l’attività di una ‘ndrina che operava nella zona tra Carmagnola e Cuneo. Per riuscire a gestire meglio i traffici illegali, i sodali si erano accordati con esponenti di Cosa Nostra siciliana, anche loro radicati sul territorio. In questo modo, le due organizzazioni criminali hanno mandato avanti in perfetto accordo traffici di droga ed estorsioni.

Il fenomeno delle infiltrazioni mafiose riguarda tutto il Piemonte, come riporta il rapporto annuale dell’Anac, l’Agenzia nazionale anticorruzione, nel quale si legge la preoccupazione per il numero degli operatori economici piemontesi “in odore di corruzione”  che è sestuplicato in soli quattro anni, con 24 aziende denunciate nel 2108 rispetto alle 4 del 2014 (ma erano addirittura 33 nel 2017). E Torino, prima provincia nel Nord Italia per numero di imprese destinatarie di misure prefettizie: 53 tra il 2014 e il 2018. A livello nazionale la città della Mole si colloca in undicesima posizione, preceduta solo da località del Mezzogiorno (guidano la classifica Reggio Calabria con 222 aziende segnalate, Vibo Valentia con 139 e Caserta con 125).

Illuminanti, su questo tema, le risposte date in un’intervista rilasciata al comitato Antimafia Channel per la rivista “Antimafia”dalla dottoressa Joselle Dagnes, docente di sociologia economica presso il Dipartimento di Culture, politica e società dell’Università di Torino che svolge attività di ricerca sulla regolazione formale e informale dei mercati finanziari e sui processi espansivi delle organizzazioni mafiose in aree non tradizionali.

Alla domanda sul fatto che le ultime inchieste della magistratura piemontese si siano concentrate sulle presenze mafiose in alcune cittadine medio-piccole che prima sembravano immuni a queste penetrazioni la dottoressa Dagnes ha risposto che: “Da quanto emerso in contesti anche diversi dal Piemonte, una quota significativa delle presenze mafiose nei luoghi non tradizionali si concentra in Comuni di piccole e medie dimensioni. La scala del medio comune, forse, risulta più funzionale rispetto agli obiettivi dei gruppi criminali. Questo perché nei Comuni di solito tra i 20.000 e i 50.000 abitanti vi è comunque una rilevante concentrazione di appalti e di interessi economici. Si riesce, così, ad incidere meglio nella regolazione politica dell’economia locale. Si influenzano decisioni amministrative che riguardano affari appetibili anche se non giganteschi, ed anzi più facilmente gestibili per i gruppi mafiosi. In più, in questi contesti, probabilmente non c’è mai stata un’alta attenzione per i fenomeni criminali. Gli attori mafiosi, così, non sono eccessivamente al centro dell’attenzione delle agenzie di contrasto ma hanno un rilevante ruolo di regolazione del tessuto locale”.

E sulla risposta che ci si dovrebbe aspettare dalle istituzioni locali e dalla politica: “Si oscilla sempre tra due poli. Da un lato la sottovalutazione o la negazione della presenza mafiosa. Non sempre perché ci sia una vera commistione con le mafie, quanto perché è difficile ammettere che il proprio territorio, che ci si rappresenta in un certo modo, non è stato in grado di arginarne la diffusione. Dall’altra parte c’è il rischio di un allarmismo generico che può risultare fine a se stesso. In mezzo mi sembra che ciò che c’è stato fino ad ora sia stato più astratto che concreto. Tante iniziative lodevoli di per sé (ad esempio l’istituzione di commissioni antimafia comunali o regionali), ma che raramente hanno perseguito obiettivi definiti. Questo perché alcuni attori antimafia faticano a trovare declinazioni concrete e capaci di incidere sul territorio del loro pur lodevole impegno. A mio parere, le iniziative più interessanti sono quelle che si sono poste come primo obiettivo quello di interrogare il territorio e individuarne i punti più vulnerabili. Si deve ragionare sulla storia dei fenomeni, sulle modalità di infiltrazione utilizzate dai soggetti criminali e sui varchi che hanno permesso di fare affari con le pubbliche amministrazioni o controllare certi settori. Anche gli operatori economici che abbiamo intervistato rivendicano una forte domanda di intervento delle istituzioni. Non è tanto una richiesta di interventi repressivi, una scelta che potrebbe apparire più semplice e che, spesso, è presente nel dibattito pubblico e mediatico. C’è, invece, l’esigenza di istituzioni capaci di presidiare il territorio e di intervenire nella regolazione economica ed economico-politica con scelte trasparenti e condivise. Laddove questo non accade, in effetti, è più facile che i soggetti mafiosi possano infiltrarsi”.

In conclusione, è importante evitare l’allarmismo generico ma lo è altrettanto mantenere alta l’attenzione sui segnali che arrivano dalle brillanti operazioni delle forze dell’ordine che se sottolineano come questi fenomeni di infiltrazione mafiosa vengano continuamente monitorati e quando possibile repressi, dall’altra confermano l’interesse delle organizzazioni criminali per province come quella di Cuneo.