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Mino Taricco: “L’Asti-Cuneo paga gli errori di Toninelli”

Chiacchierata con il senatore cuneese del Partito Democratico che non si lascia ammaliare dalle sirene renziane ed è critico con molti esponenti della politica attuale e di Fabiana Dadone, che dichiara che "l'Asti-Cuneo la faremo noi" dice che è la battuta del giorno

Senatore Taricco, in Senato era in gruppo con Matteo Renzi, quello che voleva abolire il Senato e lo stesso che, se sconfitto al referendum, come avvenuto, diceva che avrebbe abbandonato la politica e invece ora lanciato un nuovo partito. Lei è da sempre nel Partito Democratico. Gli resterà fedele o è attratto dal progetto Italia Viva?
Ho profondamente condiviso la proposta di riforma degli assetti istituzionali del Paese che con Matteo Renzi il Pd aveva messo in campo nel 2016, proposta che però non  hanno condiviso gli italiani e, come dire, quella pagina è stata cancellata dalla rubrica, nel senso che non ha trovato spazio anche se io continuo a rimanere convinto  che il tema vero, base,  per quello che è  la riforma degli assetti istituzionali sia la riforma delle funzioni delle singole Camere e cioè distinguere il ruolo della Camera da quello del Senato e quindi in qualche misura semplificare le procedure introducendo ovviamente tutti quei contrappesi che permettono di garantire un equilibrio democratico nel funzionamento delle istituzioni. Detto questo, io ho condiviso molte delle proposte fatte negli anni scorsi da Renzi che andavano nella direzione di modernizzare il Paese.

Ma come giudica questo ulteriore passo, la scelta cioè di fondare un nuovo partito?
Credo che sia stato un errore che lui e altri hanno fatto uscendo dal Partito democratico per fondare un nuovo soggetto politico, un errore per due ordini di motivi: il primo è che credo che questo Paese abbia bisogno di una forza di riferimento dell’area progressista di centrosinistra forte e non di tante piccole forzette per cui tutto ciò che va nella direzione di dividere dal mio punto di vista è un errore strategico e l’ho detto anche a Renzi, seppur comprendendo alcune motivazioni che possono averlo spinto a fare questa scelta, che personalmente credo sia sbagliata. Credo poi che in questo momento il Paese non avesse bisogno di questo. Noi siamo reduci da una sorta di grande ubriacatura collettiva, le stesse scene che tutti abbiamo visto di un vicepresidente del Consiglio, di un ministro, che in bermuda trasmette in diretta la politica da una spiaggia credo sia, dal mio punto di vista,  una delle immagini più pesanti di un decadimento istituzionale e di un decadimento di consapevolezza di un ruolo istituzionale, una stagione che ci è costata, conti della Banca d’Italia, 20 miliardi di euro, in termini di maggiori costi di interesse, e con l’azzeramento della fiducia nel nostro Paese da parte di mezza Europa che ci ha portati a dover pagare di più i titoli di Stato per avere diritto al credito di cui l’Italia ha bisogno, stante il suo grande debito pubblico. In questo momento  avevamo bisogno di poter lavorare tranquillamente, senza scossoni, per costruire una proposta alternativa a quella delle fibrillazioni e della follia che desse soprattutto sicurezza, all’interno, nell’economia del Paese e, all’esterno, nei confronti dell’economia del nostro Paese. Aver introdotto questo elemento di ulteriore fibrillazione, la nascita di Italia Viva, penso sia un regalo in negativo di cui potevamo fare a meno. Detto questo credo che la scommessa adesso sia quella  di collaborare con tutte le forze di governo per dare le migliori risposte possibili agli italiani e al Paese.

Guardando in casa d’altri, nell’area di centro – centrodestra c’è il nuovo movimento “Cambiamo!” di Giovanni Toti mentre all’orizzonte si profila la discesa in campo di un altro imprenditore, Urbano Cairo, il tutto per un’ulteriore frammentazione politica.
Il problema grosso è che tutto questo è da addebitare a chi ha governato il Paese negli ultimi vent’anni, dando una prova non entusiasmante della politica e di chi interpretava i ruoli istituzionali, con poche eccezioni. Abbiamo avuto dei presidenti della Repubblica che hanno salvato il Paese, tutto il resto non ha sempre dato il meglio di sé convincendo, in qualche modo, i cittadini che tutto sommato se sono inesperti e non sanno come funzionano le cose è meglio. Tutto questo ha creato le premesse per far sì che tutti si buttino a governare la cosa pubblica, quasi fosse la cosa più facile da fare al mondo mentre, probabilmente, è attività che richiederebbe silenzio, dedizione, studio, approfondimento, confronto, analisi di ciò che fa il resto del mondo, tentativo di capire quali sono le prospettive per prospettare scelte che siano in grado di affrontare le vere questioni che riguardano l’ammodernamento e l’innovazione profonda di cui questo Paese ha bisogno. Non mi stupisce leggere e sentire che potrebbero nascere ulteriori soggetti politici nell’arco di qualche mese, fatto che contribuirà a un’ulteriore frammentazione e destabilizzazione del quadro. Mi fa sorridere che da noi succeda questo quando ci sono invece Paesi nei quali alcune forze politiche hanno solcato gli ultimi decenni, pur con tutte le loro difficoltà, contraddizioni e problematiche interne ma guidando comunque i loro Paesi in questa stagione che è complessa per tutti, perché credo che il cambiamento planetario in conseguenza di una globalizzazione non governata  conseguenza di un innovazione tecnologica che rischia di non essere finalizzata alla migliore qualità di vita di tutti ma solamente alle rendite di qualcuno, avrebbe bisogno di una politica forte e invece, qui da noi, il rischio è che continuando a frammentare avremo una politica sempre meno capace di incidere e di mettere d’accordo sulle cose che ci sono da fare.

Nella parte del suo discorso sulla scarsa conoscenza dei meccanismi istituzionali, sull’approssimazione nell’avvicinarsi alla politica, faceva riferimento ai 5Stelle?
Riguarda loro ma anche un po’ tutte le forze politiche. Oramai l’esperienza, la competenza, lo studio, l’essersi misurati con problemi complessi in altri campi e aver dimostrato di saperli governare sta diventando un particolare marginale. Gran parte dei leader dei nostri partiti non ha fatto mai nulla che non sia una qualche forma di impegno politico e questo non è che sia una garanzia di qualità. Se io ho persone che sono entrate a 20 o a 25 anni in politica giocando a galleggiare e ad arrivare in fondo per decenni, sicuramente hanno acquisito una grande competenza ma che sia una competenza da poter spendere per disegnare un futuro al Paese è tutto da discutere.

Come Partito democratico avete criticato, e non poco, l’ex ministro alle Infrastrutture Toninelli, ma sembra che anche con l’attuale ministro, Paola De Micheli, del Pd, la situazione non sia migliorata molto.
Il problema è che, in qualche misura, passatemi il termine, Paola De Micheli è prigioniera delle scelte di Toninelli il quale, prima di andare via, a fine luglio ha scritto una lettera a Bruxelles nella quale, così come chiedeva la delibera Cipe, che lui diceva che non era necessaria ma la delibera diceva diversamente, ha chiesto alla Commissione europea l’autorizzazione sul nuovo piano di investimento. E’ evidente che adesso Paola De Micheli deve aspettare la comunicazione di Bruxelles perché altrimenti sarebbe singolare che la nuova ministra scrivesse a Bruxelles dicendo ‘scusate, ci siamo sbagliati, torniamo indietro e non rifacciamo la domanda’. Il problema drammatico è che molti nostri governanti non capiscono che ciascuno di noi può avere le idee che vuole, ma il principio della continuità istituzionale dovrebbe essere un principio cardine basilare, non è che tutte le volte che cambia il ministro cambiamo tutto e ripartiamo da capo anche perché in termini di credibilità internazionale questo comportamento sarebbe devastante perché del nostro Paese non si fiderebbe più nessuno. Io credo che abbia sbagliato enormemente l’ex ministro Toninelli a interrompere il percorso che aveva disegnato il suo predecessore Graziano Del Rio, che per altro era concluso e chiedeva soltanto di portare gli atti alla delibera Cipe allora ha bloccato tutto, ha riavviato una procedura, ha rifatto la domanda a Bruxelles per avere l’autorizzazione, che a questo punto speriamo nel giro di qualche settimana possa arrivare, ha di fatto reinventato un iter nuovo. Se adesso Paola De Micheli rifacesse la stessa operazione, cancellasse Toninelli e avviasse una nuova procedura, credo che agli occhi della commissione europea diventeremmo una barzelletta. Il problema è che avendo disegnato quella procedura, che ci ha fatto già perdere un anno e ci farà perdere altri mesi, la nuova ministra adesso deve aspettare che l’Unione europea ci risponda.

In ogni caso abbiamo una soluzione pronta dato che la ministra Dadone ha dichiarato che se non ci pensa l’Europa, l’Asti – Cuneo la faremo noi, senza specificare chi sarebbero quei noi…
Questa l’annoterei come la battuta della giornata. Non credo che questa sia la soluzione anche perché quel noi, 350 milioni di euro da investire nell’autostrada non li abbiamo.