La diga di Moiola, una storia lunga cinquant’anni che non trova pace
Il progetto di un grande invaso sulla Stura di Demonte torna al centro del dibattito. I sostenitori rilanciano: «Un piccolo bacino non basta». Ma gli amministratori della valle restano contrari
C’è un’opera che non è mai nata e che, da mezzo secolo, continua ad agitare la politica e l’agricoltura cuneese. La diga di Moiola, o meglio: il grande invaso artificiale sulla Stura di Demonte che qualcuno sogna e altri temono, torna periodicamente a fare discutere. L’ultimo capitolo è di questi giorni, con uno scambio di posizioni tra i sostenitori del progetto e Loris Emanuel, presidente dell’Unione montana Valle Stura e sindaco di Moiola, che ha dichiarato il grande lago «tecnicamente non realizzabile» e indicato nei piccoli invasi la strada da seguire.
A rispondergli sono tre firmatari — Paolo Chiarenza, ex consigliere provinciale, Simone Aime, ricercatore di Bernezzo, e Guido Giordana, sindaco di Valdieri — che ricostruiscono una vicenda iniziata nel 1968, quando il Consiglio provinciale di Cuneo affidò a un collegio di esperti — tra cui i professori Giovanni Tournon del Politecnico di Torino e Luigi Peretti — lo studio di uno sbarramento capace di raccogliere fino a 200 milioni di metri cubi d’acqua. Nel 1973 la perizia era pronta, finanziata con 14 miliardi di lire, e il progetto ridimensionato a 160 milioni di metri cubi per limitare la sommersione dell’abitato di Moiola. Poi si fermò tutto: le ostilità dei valligiani, preoccupati per l’impatto ambientale ed economico, bloccarono ogni avanzamento.
Il progetto riemerse nel 2005, quando i Consorzi irrigui della Stura presentarono un aggiornamento, nuovamente bocciato dalla Comunità montana. Da allora, saltuari tentativi di rilancio si sono scontrati con la stessa opposizione di fondo.
Il punto di contesa, oggi come allora, è se la soluzione ai problemi idrici della pianura cuneese — irrigazione, approvvigionamento, sicurezza — possa essere affidata a piccoli bacini o richieda un’infrastruttura di scala ben maggiore. I sostenitori del grande invaso citano il modello del lago di Serre-Ponçon, nella valle francese della Durance: oltre un miliardo di metri cubi d’acqua, costruito tra il 1955 e il 1960, con la sommersione di un centro abitato e la successiva rinascita economica del territorio grazie al turismo e alle attività sul lago. «Più è ampio l’invaso e più è l’acqua che raccoglie», sostengono i firmatari, avvertendo che un bacino minimo — dalla vasca da 40mila metri cubi fino a 500mila — non sarebbe in grado di rispondere alle esigenze della destra Stura, del buschese e del saluzzese.
Emanuel, dal canto suo, aveva indicato come priorità il contenimento delle perdite e la razionalizzazione dei flussi idrici. Una posizione che i sostenitori del grande invaso respingono, richiamando le analisi tecniche dell’ingegner Selleri della Provincia, del professor Francesco Carraro, ordinario di geologia all’Università di Torino, e del Comitato tecnico di Acque Granda, la società partecipata provinciale che gestisce le risorse idriche del territorio.
La diga di Moiola , concludono i firmatari, potrà realizzarsi soltanto se si riuscirà a costruire un consenso autentico nella comunità locale, superando decenni di contrapposizioni. Un’impresa che, finora, nessuno è riuscito a compiere.

