Acque minerali, il Piemonte avvia la ricognizione delle concessioni: ma per Marro (AVS) non basta
Il Consiglio regionale ha approvato la raccolta dei dati sui prelievi e sullo stato dei corpi idrici. La consigliera di Alleanza Verdi e Sinistra chiede limiti quantitativi e canoni più alti: «Sapere quanta acqua viene prelevata serve a poco se non si interviene»
Il Piemonte fa un primo passo verso la trasparenza sulle concessioni di acque minerali: il Consiglio regionale ha approvato, in sede di assestamento di bilancio, la richiesta di avviare una ricognizione sistematica delle autorizzazioni all’imbottigliamento. La Regione dovrà raccogliere e rendere pubblici, concessione per concessione, i dati sulle portate autorizzate, sui volumi massimi, sui quantitativi effettivamente utilizzati e sullo stato dei corpi idrici coinvolti. Un quadro che oggi, di fatto, non esiste.
«È positivo che sia ritenuta utile la necessità di conoscere finalmente, in modo completo e trasparente, quanta acqua può essere prelevata e quanta ne viene effettivamente utilizzata. È un primo passo necessario, perché oggi manca persino un quadro pubblico, aggregato e omogeneo delle concessioni piemontesi», dichiara la consigliera regionale di Alleanza Verdi e Sinistra Giulia Marro. Ma l’entusiasmo si ferma qui.
Per Marro la ricognizione, da sola, non risolve nulla. Il nodo centrale, secondo la consigliera, è duplice: fissare un tetto alla quantità complessiva d’acqua estraibile dal territorio regionale e rivedere al rialzo i canoni di concessione, che oggi restano tra i più bassi del Nord Italia. «È stata accolta soltanto la parte che chiede di raccogliere i dati, senza introdurre misure che incidano concretamente su chi preleva la risorsa», osserva.
L’argomento che Marro porta sul tavolo è di natura economica prima ancora che ambientale: in qualsiasi mercato, quando un bene diventa più scarso e più richiesto, il suo valore aumenta. «Non si capisce perché questo principio non debba valere per l’acqua, che è il nostro bene più prezioso. Mentre cittadini, agricoltori e territori sono chiamati a fare sacrifici durante le crisi idriche, non possiamo continuare a consentire lo sfruttamento economico della risorsa alle stesse condizioni di sempre».
La consigliera ha fissato anche una scadenza: i 180 giorni previsti per completare la ricognizione devono essere rispettati, e i dati raccolti dovranno aprire subito un confronto su nuovi canoni, limiti ai prelievi e criteri più severi per il rilascio e l’ampliamento delle concessioni. Altrimenti, avverte, «sapremo con maggiore precisione quanto stiamo consumando, ma continueremo a non fare nulla per impedirne l’esaurimento».

