Logo
Non più voci isolate per la costruzione di grandi invasi
Lo Stura di Demonte nei pressi di Moiola, dove negli anni Settanta era stato progettato un grande serbatoio artificiale. Il dibattito sulla necessità di grandi invasi torna oggi di attualità.

Tre firme autorevoli rilanciano il tema dei grandi invasi idrici nel Cuneese: un ricercatore, un ex consigliere provinciale e il sindaco di Valdieri ricordano progetti storici rimasti sulla carta e chiedono di tornare a investire in opere strutturali contro la siccità.

Egregio direttore,
negli anni Ottanta ci volevano i compianti ing. Salvatore Selleri e il sen. Natale Carlotto per istruire e sollecitare autorevolmente la costruzione di grandi invasi per raccogliere acqua di cui sono ricche le nostre montagne. Era stato calcolato un patrimonio di oltre un miliardo di metri cubi d’acqua, in parte inutilizzata, a fronte di un fabbisogno per l’intera provincia di Cuneo di circa 200 milioni di metri cubi. Studi, progetti e idee di isolati studiosi e uomini politici lungimiranti sono rimasti da quel tempo sulla carta, depositati in qualche scaffale della Provincia, della Regione e del Ministero delle Infrastrutture. Parte di questi hanno ottenuto anche finanziamenti.

La siccità odierna non è un problema legato soltanto al cambiamento climatico: è la conseguenza di una colpevole mancata politica di costruzione di dighe, derivazioni, adduzioni e acquedotti. L’unica opera avviata in questi anni, fra varie tribolazioni, è Serra degli Ulivi, fra Pianfei, Chiusa Pesio e Villanova Mondovì (10 milioni di litri d’acqua, costo previsto 230 milioni di euro).

Finalmente oggi non sono più soltanto voci isolate quelle che affermano l’esigenza di costruire grandi invasi per l’uso plurimo dell’acqua e l’avveduta regimentazione dell’acqua piovana e dei fiumi. I ventilati piccoli invasi non soddisfano le necessità e sono nell’insieme insostenibili economicamente. Vale perciò la pena ricordare quando lo Stura parlava al futuro. Il progetto della diga di Moiola (160 milioni di metri cubi di acqua invasata) era un progetto “antico” per la sete di oggi.

Nel 1974 la Giunta regionale del Piemonte approvò un contributo di 250 milioni di lire destinato all’Amministrazione provinciale di Cuneo per avviare una nuova fase di studi e progettazioni legati a uno sbarramento dello Stura di Demonte nei pressi di Moiola. L’idea di creare un grande serbatoio artificiale non era nuova: puntava a garantire risorse idriche aggiuntive per l’irrigazione, sostenendo un’agricoltura che rappresentava una parte vitale dell’economia cuneese.

Negli anni Settanta la Provincia e la Camera di Commercio costituirono un comitato tecnico che condusse indagini geotecniche, geologiche e idrologiche. Il lavoro fu lungo e articolato, ma portò a un risultato chiaro: la costruzione del serbatoio era possibile. Vennero redatte perizie complete con rilievi topografici, studi geognostici e prove geotecniche. Ed è proprio qui che nasce la riflessione più attuale. Allora si parlava di irrigazione e sostegno all’agricoltura; oggi la parola che domina tutto è siccità. Le stagioni sono diventate più imprevedibili, i fiumi più fragili, le riserve idriche più esposte. Guardando a quei progetti e a quelle analisi tecniche, si capisce quanto sia necessario — forse improcrastinabile — tornare a pensare a opere capaci di garantire acqua a sufficienza, sicurezza e continuità.

Simone Aime (ricercatore e scrittore, Bernezzo), Paolo Chiarenza (ex consigliere provinciale), Guido Giordana (sindaco di Valdieri)