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Caporalato, quattro morti ad Amendolara: il Piemonte prepara una risposta. Ma serve coraggio
Lavoro nei campi: dietro i prodotti dell'eccellenza italiana si nasconde spesso una filiera di sfruttamento che il Piemonte prova ora ad affrontare per via legislativa.

Lunedì la Commissione Legalità del Consiglio regionale discute la relazione finale di un anno di lavoro sul contrasto allo sfruttamento lavorativo. Le consigliere Ravinale e Marro: «La politica può cambiare le cose, se sceglie di farlo»

Torino. Si chiamavano Waseem Khan, 29 anni, Amin Fazal Khogjani, 28, Safi Iayjad, 27, e Ullah Ismat Qiemi, 19 anni. Sono morti perché chiedevano di essere pagati per il loro lavoro. La strage di Amendolara — quattro braccianti uccisi in Calabria — ha riaperto una ferita che non si è mai davvero chiusa: quella del caporalato, dello sfruttamento sistematico che attraversa l’agricoltura, la logistica, il tessile e buona parte dell’economia sommersa italiana.

A ricordare i loro nomi sono Alice Ravinale e Giulia Marro, consigliere regionali AVS del Piemonte, che scelgono di non fermarsi alle dichiarazioni di cordoglio. «Che bisogna fermare lo sfruttamento lo affermano tutti, dalla Giunta Cirio alla maggioranza che governa il Paese», scrivono in una nota congiunta. «Nei fatti, si continua a fare troppo poco».

Lunedì la Commissione Legalità del Consiglio regionale piemontese discuterà la relazione finale di un gruppo di lavoro avviato un anno fa proprio sul contrasto allo sfruttamento lavorativo. Un lavoro nato, sottolineano le due consigliere, dalla volontà trasversale di costruire strumenti concreti: dalle politiche abitative ai trasporti, fino alla possibilità di penalizzare economicamente le filiere produttive che non rispettano i diritti dei lavoratori.

Il contesto non è astratto. Il Piemonte è anche la terra dove, secondo un’inchiesta di Altreconomia, il valore dello sfruttamento nelle sole vigne delle Langhe sfiora i 40 milioni di euro. Numeri che smontano l’idea di un fenomeno lontano e marginale: lo sfruttamento è radicato anche nei territori simbolo dell’eccellenza produttiva italiana.

A dare la misura della violenza strutturale del sistema è la testimonianza di Taj Mohammad Alamyar, unico sopravvissuto alla strage di Amendolara, arrivato in Italia a piedi dall’Afghanistan: «Gli sfruttatori gli dicevano che un alloggio e un pasto erano condizioni sufficienti per accettare qualsiasi lavoro». Per questo, secondo le consigliere, hanno bruciato vivi i suoi compagni.

Il criminologo Antonio Nicaso ha sintetizzato il nodo del problema: finché si chiamerà convenienza ciò che è sfruttamento, nulla cambierà. Dietro i caporali ci sono organizzazioni criminali che prosperano sulla vulnerabilità di persone rese ricattabili anche dalle attuali norme sull’immigrazione. E il profitto, avvertono Ravinale e Marro, non si ferma ai caporali: attraversa intere filiere e arriva fino alla grande distribuzione, che scarica la pressione economica sull’ultimo anello della catena.

«La politica non ha bisogno di nuove parole», concludono le due consigliere. «Ha bisogno di nuove azioni. Ha bisogno del coraggio di cambiare regole, modelli e priorità».