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AVS e Possibile Cuneo: «Cirio vende illusioni atomiche mentre il Piemonte non sa dove mettere le scorie»
Il dibattito sul ritorno al nucleare divide la politica italiana: in Piemonte, il nodo delle scorie di Saluggia resta ancora irrisolto.

Dopo la legge delega sul nucleare approvata il 4 giugno, AVS e Possibile Cuneo attaccano Cirio: «Illusioni atomiche mentre Saluggia resta irrisolta». E chiedono conto ai parlamentari cuneesi. Sullo sfondo, la minaccia di un terzo referendum.

Cuneo. Il Parlamento ha approvato la legge delega sul nucleare il 4 giugno scorso, impegnando il governo Meloni a definire il quadro normativo per il ritorno dell’atomo in Italia. Non è passata inosservata al coordinamento provinciale cuneese di AVS e Possibile, che risponde con una lettera aperta alla Giunta regionale — e con una domanda diretta ai rappresentanti piemontesi a Roma.

«Ipotizzare che in Italia si possa generare anche un solo kilowatt prima di venti o venticinque anni significa muoversi nel campo della fantascienza», scrivono, rivolgendosi al presidente Alberto Cirio e agli assessori Paolo Bongioanni e Marco Gallo. L’argomento di Cirio — che la vicinanza alle centrali francesi spinga il Piemonte a condividerne i vantaggi e non solo i rischi — viene definito «puro slogan», destinato a scontrarsi con la realtà.

Quella realtà, per AVS e Possibile, ha un nome preciso: Saluggia. Nel Vercellese, lo stoccaggio di materiali radioattivi resta una questione aperta da decenni. E ogni anno l’Italia versa circa 60 milioni di euro alla Francia per custodire i propri rifiuti nucleari, in assenza di un Deposito Nazionale per le scorie a bassa e media radioattività. «Il Piemonte conosce bene cosa significhi lasciare irrisolto per decenni il tema dei rifiuti radioattivi», scrivono. «Con quali basi possiamo dichiararci pronti?»

Sul fronte dei costi, il coordinamento cita l’esperienza francese: la Francia, che ha fondato il proprio sistema energetico sull’atomo per decenni, sconta oggi tempi lunghissimi e investimenti che superano gli 8.600 euro per kilowatt installato sui nuovi progetti. I piccoli reattori modulari (SMR), molto pubblicizzati dal governo, «esistono attualmente solo sulla carta»: nessuna nazione occidentale li produce in serie e i primi tentativi americani sono già naufragati tra ritardi e costi insostenibili.

La critica si allarga poi alla coerenza dell’attuale governo, accusato di tenere fermi progetti di energie rinnovabili già cantierabili — con una potenza installabile in tempi brevi — per puntare su investimenti miliardari in impianti che entrerebbero in funzione fra decenni. «È legittimo sospettare che la ragione del piano nucleare risieda nell’intenzione di inondare il Paese di ingenti finanziamenti pubblici destinati al profitto privato», scrivono, pur presentando quella che è una valutazione politica e non un dato di fatto accertato.

La chiusura è un doppio ultimatum. Il primo è rivolto agli assessori regionali Bongioanni e Gallo, ai quali viene chiesto esplicitamente cosa pensino «di questa accelerazione verso rischi enormi». Il secondo ai parlamentari cuneesi: il senatore Giorgio Maria Bergesio e i deputati Enrico Costa e Monica Ciaburro. «Ci piacerebbe sapere in maniera chiara e senza ambiguità il loro pensiero».

E se non bastasse: «La cittadinanza non assisterà passivamente. La storia parla chiaro: i cittadini italiani hanno già vinto due storici referendum contro il nucleare. Se necessario, siamo pronti a farlo per la terza volta».