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Il vento fa il suo giro, o il Vangelo tra le montagne della Valle Maira foto

Nella quarta puntata dedicata ai film girati in parte o del tutto nella Granda, protagonista l’esordio alla regia di Giorgio Diritti, che ambienta nelle valli cuneesi una vicenda dall’alto valore simbolico. Soggetto e sceneggiatura del sampeyrese Fredo Valla.

Continuano gli appuntamenti con “Girati in Granda” la nostra rubrica dedicata ai film che, nel corso dei decenni e con alterne fortune, sono stati girati in parte o del tutto in alcune location della Provincia di Cuneo. Dopo aver raccontato due pellicole che si proponevano di essere città diverse da Cuneo (I Compagni Torino e Gli amici del Bar Margherita Bologna) e un film storico ambientato ad Alba e nelle Langhe (Il partigiano Johnny), è venuto il momento di analizzare una pellicola nata e “cresciuta” totalmente all’interno di una dimensione cuneese, vale a dire Il vento fa il suo giro. Scritto dal regista e sceneggiatore di Sampeyre Fredo Valla ed esordio alla regia di Giorgio Diritti, che da quel momento in poi diventerà una delle più solide certezze del cinema italiano, il film del 2005 è totalmente ambientato in Valle Maira.

Protagonista della storia è Philippe, ex professore francese che decide di abbandonare in tronco la sua vita per diventare pastore di capre. Sceglie come nuova dimora per sé e la sua famiglia (la moglie Chris e due bambini) Chersogno, paese immaginario della Valle Maira che come molte borgate montane ritorna parzialmente a vivere soltanto d’estate, grazie ai villeggianti. Una meta che suona come una speranza ai suoi occhi, dato che lascia il suo paese natio per paura degli effetti della vicina centrale nucleare. La comunità montana, molto legata alla cultura occitana, guarda da subito con curiosità al pastore. Il sindaco fa di tutto per trovare una sistemazione a lui e alla sua famiglia, e, con l’aiuto dei compaesani, riesce a sistemare una malga. Comincia così la nuova vita degli Héraud, ma ben presto la disponibilità e l’accoglienza dei montanari piemontesi si trasforma in sospetto e accuse verso gli stranieri. Tra diritti di passaggio violati, usanze del luogo non rispettate e modi di fare estranei alla comunità, Philippe avrà sempre più difficoltà a gestire la propria attività, tanto che alla fine sarà costretto ad abbandonare Chersogno.

Il progetto che sta alla base di Il vento fa il suo giro è estremamente interessante, perché si è visto poche volte (almeno in Italia). L’idea originale di Diritti era quella di realizzare un film recitato in italiano (poco), piemontese, occitano e francese, con attori non professionisti, che potessero effettivamente garantire un’estrema credibilità agli occhi dello spettatore. Così, soltanto i due coniugi francesi avevano avuto esperienze precedenti nel mondo della recitazione, tutto il resto del cast è preso dalle valli cuneesi.  Un’operazione del genere non veniva fatta in Italia dai tempi del Neorealismo e di altri film leggendari del nostro cinema come L’albero degli zoccoli. Tra l’altro, l’opera prima del regista bolognese presenta molti legami con il capolavoro di Olmi, Palma d’oro a Cannes nel 1978, sia per il tema trattato, anche qui la piccola realtà di un paesino di contadini, seppur trasferita in quota, sia per la spiritualità che riflette, tanto da far diventare Il vento fa il suo giro una sorta di riedizione 2.0 della vicenda di Cristo o in generale una sottile rilettura dei testi sacri.

Tutto ciò lo si percepisce già dal titolo, e dalla spiegazione di esso che ci viene data all’interno del film. L’espressione deriva da un proverbio occitano “e l’aura fai son vir”, e sta a significare come tutto sia destinato a ritornare e quindi a non cambiare mai. Un’idea, oltre che evangelica, addirittura filosofica, quasi eraclitea. In queste valli tutto si trasforma, tutto si muove, ma niente si distrugge. Non ci può essere un vero cambiamento, neanche quando esso giunge dall’esterno. A condire il tutto ci pensa, poi, la vicenda del protagonista Philippe. L’uomo arriva a Chersogno ed è immediatamente guardato da tutti con curiosità e sospetto. Il paese sta piano piano morendo e d’improvviso arriva uno straniero che chiede di poter vivere in quel luogo per tutto l’anno. Sembra quasi un essere sovrumano, mandato in quel luogo da qualcuno per cercare di salvare la comunità, o perlomeno di cambiarla. Una sorta di Messia, insomma, e anche l’aspetto (capelli lunghi fino alle spalle, barba e occhi azzurri) sembra corrispondere all’iconografia tradizionale del Salvatore. In più, se si aggiunge che di mestiere fa il pastore, i conti sembrano tornare. Se Gesù salì sul Golgota per essere crocifisso, Philippe deve discendere il monte con la sua auto per andarsene, sconfitto moralmente prima che nei fatti. L’unica differenza rimarchevole con l’esperienza del Messia è l’assenza della risurrezione, considerata impossibile nella rigida comunità montana.

Se Philippe rappresenta sostanzialmente il Messia, non sono assenti, in Il vento fa il suo giro, anche altre figure tipicamente “bibliche”. Il sindaco, ad esempio, potrebbe rappresentare il personaggio di Pilato, che di per sé non ha nulla contro Philippe, ma che alla fine è costretto a cedere di fronte alle insistenze della comunità, sempre meno convinta del le sue scelte, e di fatto diventa complice di coloro che cacciano il forestiero. O ancora, il personaggio di Fausto, concertista di fama nazionale, ma molto legato alle sue origini, tanto che, appena gli è possibile, ritorna a casa. L’uomo si dimostra inizialmente l’unico davvero illuminato del paesino, accogliendo con gentilezza gli stranieri e discutendo molto con Philippe, anche su argomenti “filosofici”. Tuttavia, quello che all’inizio si dimostra un amico leale per Philippe, nel corso della pellicola si trasforma in una sorta di novello Giuda, tradendo il pastore nella maniera più disonorevole: innamorandosi, per altro ricambiato, della bella Chris. Un Giuda, che, come quello dei trenta denari, alla fine si autoelimina persino dalla storia, in questo caso partendo per uno dei suoi concerti, pur non essendo per nulla convinto.

Come sempre quando si tratta di film ambientati in alta montagna, risulta difficile essere precisi per quanto riguarda le location protagoniste delle pellicole. Il paese di Chersogno è in realtà per gran parte costituito dalla frazione Ussolo, situata a 1300 metri nel comune di Prazzo. Il nome fittizio fa ovviamente riferimento al monte che sovrasta la Valle Maira, che appare spettacolare protagonista soprattutto nelle scene ambientate nella natura, tra i pascoli di Philippe e degli altri abitanti. Il centro del paesino in cui approda Philippe, dopo aver vagliato varie possibilità di sistemazioni in cui stabilirsi tutte sempre collocate nei dintorni di Prazzo, è infatti proprio quello di Ussolo, con tanto di bar-osteria fittizio, all’interno della quale il francese entra per sapere se ci sia qualche opportunità immobiliare. Nel paesino, vero e proprio cuore del set, sono state girate anche tutte le scene paesane della pellicola, compresa quella, particolarmente suggestiva, della fiaccolata di benvenuto agli Héraud da parte della comunità. Bellissimo, infine, è il campo lungo con cui Diritti inquadra il cimitero della frazione, abbracciando con esso buona parte della valle circostante. Le uniche eccezioni alla dominazione di Ussolo sono rappresentate dalla scena della signora che si frattura volontariamente la mano per poi dare la colpa a Philippe, girata in località Grange Chioligiera, sempre nel comune di Prazzo, e la scena della processione verso la chiesetta, la quale si trova a Stroppo.

L’impressione, guardando anche a distanza di quasi vent’anni Il vento fa il suo giro, è di essere di fronte ad un ritratto impietoso e crudo, e proprio per questo estremamente autentico, del mondo della montagna. Un cosmo sempre più microscopico ed ermetico, in cui l’accesso da parte di figure esterne, per provenienza ed indole, appare estremamente complicato. Il fatto che il film di Giorgio Diritti abbia ottenuto il plauso unanime della critica di tutto il mondo (ha partecipato ad oltre 60 festival in giro per il globo, racimolando 36 premi ed è stato candidato a 5 David di Donatello nel 2008), pur trovando non poche difficoltà ad essere distribuito in Italia, dimostra come la realtà di Chersogno sia immaginaria ma non fantastica, fittizia ma anche archetipica. Insomma, il film di Giorgio Diritti ha rappresentato una delle pellicole più “realiste” che si ricordino, quanto meno in tempi recenti, e il fatto che a far da cornice ad una narrazione così avvincente sia stata la Provincia di Cuneo ed in particolar modo la Valle Maira, dev’essere motivo d’orgoglio per tutti i cuneesi.