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Lunedì 24 gennaio al Toselli lo spettacolo “Elegia delle cose perdute”

Tratto dal romanzo "I poveri" del portoghese Raul Brandao, lo spettacolo a cura di Stefano Mazzotta e della Compagnia Zerogrammi affronta il tema della memoria come materia che determina la traccia delle nostre radici e identità.

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Elegìa delle cose perdute è una riscrittura dal romanzo I Poveri dello scrittore e storico portoghese Raul Brandao. Il paesaggio evocato da questo riferimento letterario, in bilico tra crudo, aspro, onirico e illusorio, ha la forma dell’esilio, della nostalgia, della tedesca Sehnsucht, della memoria come materia che determina la traccia delle nostre radici e identità e, al contempo, la separazione da esse e il sentimento di esilio morale che ne scaturisce: sogno di ritorni impossibili, rabbia di fronte al tempo che annienta, commiato da ciò che è perduto e che ha scandito la mappa del nostro viaggio interiore.

Nell’indagine intorno al topos dell’esilio, questa creazione racconta, oltre il suo significato geografico, la condizione morale che riguardi chiunque possa sentirsi estraneo al mondo in cui vive, collocandolo in uno stato di sospensione tra passato e futuro, speranza e nostalgia. Il desiderio che questa condizione reca in sé non è tanto il desiderio di un’eternità immobile quanto di genesi sempre nuove e di un luogo che resta, un luogo dove essa si anima di una rinascita che è materia viva, e aiuta a resistere, a durare, a cambiare. I quadri che compongono la narrazione, liquida nella sua forma site specific, costruita e pensata per spazi a cielo aperto, diventano la mappa di un viaggio nei luoghi (interiori) dei personaggi de I Poveri: figure derelitte e però goffe al limite del clownesco, accomunate dal medesimo sentimento di malinconica nostalgia e desiderio di riscatto, 6 anime, humus del mondo (direbbe Raul Brandao), 6 personaggi di pirandelliana memoria. Lo spazio che intercorre tra l’osservatore e queste storie (e tra queste storie e il sogno condiviso cui tendono) è una lontananza dal sapore leopardiano, la misura di un finibusterrae che è senso di precarietà, di sospensione nel vuoto, una grottesca parata di figure in transito, come clown di un teatro popolare che fiorisce da un anelito comune, che non ha bisogno di orpelli per accadere, che si racconta ovunque, in un prato, in un vicolo, un cortile, un qualunque luogo di vita (M. Augé), una stazione di posta di fronte al giorno che finisce, con i suoi orizzonti, le sue lontananze, i desideri proiettati al domani e i punti di fuga. Corpi e paesaggio dialogano in questa elegìa del vuoto che rimane, si riconoscono in un desiderio comune, una capriola del pensiero, in un incedere che è vertigine, abbandono al tempo sospeso e ciclico di un valzer, forma di una tristezza nostalgica nel suo incedere ciclico e sospeso, che chiede di essere celebrata, attraversata, dentro un desiderio non già di possesso ma di appartenenza. Ed ecco che dentro questa logica di colpo svanisce ogni idea di miseria o povertà possibile, non esiste più niente che possa essere davvero perduto.

La genesi del progetto si deve a un intenso percorso di residenza artistica calato in contesti rurali e non convenzionali, fuori dai luoghi deputati all’arte e incontro alla persona. La creazione che segue questo percorso fa della relazione con il paesaggio e dell’attraversamento di reali luoghi di vita un elemento essenziale alla sua drammaturgia: l’esperienza del linguaggio artistico come strumento portatore di un racconto è un viaggio che desidera l‘attraversamento di geografie e culture differenti per farne lo strumento precipuo di costruzione del suo senso. Sempre auspichiamo di poter abbandonare per un momento la personale identità culturale e sociale per sollecitare in noi stessi il sentimento di perdita e vertigine che precede la scoperta e l’incontro con l’altro. Ed è qui che gli strumenti messi in campo nel dialogo con nuovi territori costituiscono la preziosa occasione di nuove domande e stimoli, umani e artistici, terreno di una reale condivisione con luoghi e persone di cui incrociamo il cammino. Il senso del coinvolgimento di un territorio, intercettato in contesti altri da quello artistico è l’invito a un percorso di condivisione di esperienze personali e del contesto sociale di riferimento, attraverso riflessioni, mediate dal linguaggio artistico e dai temi specifici delle creazioni in cantiere, sul sentimento di appartenenza, sulla definizione di un’identità sociale e culturale fluida, sul senso e valore dei luoghi di vita e dello spazio teatrale come luogo di crescita individuale e collettiva.

Per tutte le informazioni su costi e modalità di acquisto dei biglietti è possibile consultare il sito della biglietteria del teatro a questo link.

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