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“L’indignazione ipocrita post dichiarazione del casaro Renatino, protagonista di uno stop pubblicitario, la dice lunga”

Andrea Colombero, margaro, allevatore e casaro della Valle Stura, dopo le polemiche riguardanti l'ultima pubblicità del Parmigiano Reggiano, racconta la sua vita da casaro

Ha fatto molto parlare il nuovo spot pubblicitario del Parmigiano Reggiano e chi di mestiere fa il casaro si è sicuramente sentito “toccato” nel vivo.

Andrea Colombero, margaro, allevatore e casaro della Valle Stura, ha affidato ai social il suo punto di vista sulla vicenda.

L’indignazione ipocrita che ha fatto seguito allo spot pubblicitario in cui il casaro Renatino dichiara di lavorare 365 giorni l’anno la dice lunga su quanta poca consapevolezza ci sia da parte di questa moderna società urbana ed il mondo rurale ed in modo particolare quello composto dalle piccole aziende a conduzione famigliare, proprio quelle piccole aziende che spesso vengono citate come esempio di resilienza in territori marginali, di sostenibilità, ambientale, sociale, le stesse che a parole dovrebbero essere le vere protagoniste del grande futuro green che ci attende ma delle quali a conti fatti il grande pubblico conosce ben poco…
Ebbene sì lavoriamo 365 giorni l’anno ma vi dirò di più, ho fatto come Renatino anche il giorno in cui sono nati i miei figli, ho fatto come Renatino anche il giorno in cui purtroppo è mancato il mio papà, faccio come Renatino ogni singolo giorno della mia vita, qualunque cosa accada e se volete la verità, sì, ne sono anche felice, perché la mia come quella di molti altri è stata una scelta consapevole, sapevo a cosa andavo incontro, cosa mi aspettava scegliendo questo mestiere, cosa mi era chiesto in termini di tempo, costanza, perseveranza, abnegazione.
In fin dei conti il nostro è un mestiere che si fonde in modo indissolubile con la nostra vita, ne detta i tempi, i ritmi, ma non lo considero un sacrificio, non l’ho mai considerato tale perché quello che faccio, quello che sono, mi appaga, mi riempie anima e corpo, da un senso alla mia esistenza…
Quello per cui ci si dovrebbe indignare realmente non sono i giorni di lavoro che un contadino, un allevatore come me fa in un anno ma è il vedere che il prezzo dei prodotti al produttore a volte fatica a coprire i costi di produzione, è constatare che alla fine dell’anno si faticano a chiudere i bilanci aziendali, perché nel caso degli agricoltori non vale l’equazione tante ore di lavoro = tanto reddito come ho sentito dire con superficialità in TV in questi giorni, non è cosi, questa società globalizzata fatta da multinazionali ci fa credere che tutto sia solo riconducibile al puro business, ma la verità è che nelle piccole realtà di campagna non è così.
Mi indigna e mi mortifica la superficialità anche inconsapevole con la quale a volte mi viene chiesto uno sconto per un pezzo di formaggio oppure mi viene fatta una riflessione sul prezzo di vendita senza però avere coscienza di quanto vi è oltre a tutto ciò, in quanto piccolo produttore agricolo non mi sento di certo il salvatore della fame nel mondo però in sincerità mi sento portatore di un messaggio, il messaggio è che può esistere un modo di produrre alternativo alle grandi multinazionali, che può esistere un modo di allevare diverso dai grandi allevamenti intensivi, la vera dignità sta nel fatto che un contadino può anche lavorare 365 giorni all’anno ma lo fa rispettando i propri animali, lo fa rispettando il proprio territorio, portando avanti anche valori e tradizioni, la vera dignità sta nel fatto che questa moderna società dei diritti dovuti, dell’indignazione superficiale, possa finalmente riconoscere tutto ciò con piena consapevolezza.”