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Guccini al Toselli per Scrittorincittà tra aneddoti esilaranti e racconti di un’epoca che non c’è più foto

Il celeberrimo cantautore modenese ha presentato al pubblico cuneese il suo nuovo romanzo "Tre cene (l'ultima invero è un pranzo)" in un Toselli tutto esaurito, raccontando con la sua solita maestria una serie di aneddoti interessantissimi.

Si è tenuto ieri alle ore 18 al Teatro Toselli di Cuneo l’incontro di Scrittorincittà “Tirare sempre a far mattino” con protagonista il grande Francesco Guccini. L’occasione, teoricamente, era quella di presentare l’ultima fatica letteraria del cantautore di Pavana, ovvero “Tre cene (l’ultima invero è un pranzo)”, ma come sempre il pubblico cuneese è stato allietato da tutte le storie e i racconti del più grande cantautore italiano vivente, che ha parlato di tutti i temi storicamente a lui più cari.

L’incontro, moderato dallo scrittore piacentino Matteo Corradini, si è svolto in un clima generale di grande familiarità, con Guccini che all’apertura del sipario si è presentato comodamente seduto su un divanetto, accolto dal fragoroso applauso del pubblico cuneese. Il cantautore ha immediatamente fatto notare che lui possiede, ad oggi, soltanto la cittadinanza onoraria di Bra, ma che ha enormemente gradito il calore del pubblico del Toselli. Di fronte alla domanda su se percepisca una certa responsabilità per aver letteralmente guidato la crescita e la maturazione di migliaia di persone con i suoi versi e i suoi scritti, Guccini risponde in modo abbastanza categorico: “Non sento una responsabilità. Naturalmente mi fa piacere che ci siano persone che amino ciò che ho scritto, ma penso che scrivere mi sia venuto sempre naturale, senza troppi secondi fini”.

La discussione si è poi spostata, anche se per non molto tempo, sul nuovo libro scritto dal “Maestrone”. Il volume raccoglie insieme tre racconti, tutti ambientati a tavola, in tre epoche completamente diverse: il primo nel passato remoto degli anni Venti, il secondo nel passato prossimo degli anni Cinquanta-Sessanta, il terzo ai giorni d’oggi. Le tre narrazioni si propongono di raccontare come siano cambiate non solo le abitudini a tavola, ma soprattutto i modi di vivere e di stare insieme agli altri, con uno sguardo come sempre attento sulle realtà più piccole, dato che Guccini vive ormai da vent’anni nella sua amatissima (e minuscola) Pavana. Dopo qualche parola sul libro, ecco che il cantautore ha cominciato a parlare della realtà del suo paese con alcuni aneddoti straordinari. Il più esilarante è stato certamente il racconto “del cocomero”, ovvero di come, nel classico pranzo in famiglia di Ferragosto, sua zia, la famosa Teresa, cantata da Guccini in diverse canzoni e “intellettuale della famiglia poiché aveva fatto per due anni la cameriera a Genova” , prima selezionasse con cura l’anguria da comprare, contrattando il prezzo con il fruttivendolo, e poi, una volta assaggiatala, guidasse la discussione su quale fosse più buona tra quella di quell’anno e quella del Ferragosto precedente.

Il tema delle radici, d’altronde, è stato uno dei topoi letterari su cui si è più spesso dedicato Guccini, sia nella sua produzione su vinile sia nei suoi scritti su carta. Ma alla domanda su quanto siano state importanti la memoria e il ricordo nella sua attività di scittore e cantautore, Guccini risponde in modo più generale: “A me hanno sempre appassionato le storie. Sono sempre stato un grande chiacchierone e mi è sempre piaciuto raccontare ciò che sentivo e soprattutto ciò che leggevo. Per me sono interessanti, più che semplicemente le origini e le storie passate degli uomini, le loro storie di vita, le loro esperienze, le loro aspirazioni. La loro umanità, insomma”. C’è poi stata la gradita sorpresa del video-messaggio di Luciano Ligabue, suo grande amico e fan, che gli ha chiesto di parlare dell’ “Avvelenata” una delle sue canzoni più conosciute ma anche una delle meno amate dal suo autore. “L’Avvelenata rappresenta lo sfogo di un momento ben preciso, dopo che il mio album ‘Stanze di Vita Quotidiana’ era stato stroncato dal giornalista Riccardo Bertoncelli, che cito anche nella canzone. L’ho sfruttato come pretesto per una rabbia più grande, nei confronti di tutta l’opinione pubblica in generale, che voleva il cantautore sempre ad un livello superiore e migliore rispetto a tutti gli altri artisti. Molta gente la ama ma io la trovo una canzone molto semplice, decisamente più brutta di tante altre che ho scritto, come ‘Van Loon’ o ‘Scirocco’. È sicuramente interessante la sua origine, ma non avrei mai creduto che potesse diventare un classico”.

Guccini ha poi smentito il mito del fiasco di Lambrusco sul palco, che lo accompagna da anni. “Innanzitutto non era un fiasco, dato che è praticamente impossibile bere a canna da un fiasco, ma era una semplice bottiglia. E poi non era Lambrusco, di solito bevevo vino bianco o rosée. Poi non è che bevessi chissà quanto, mi serviva semplicemente per bagnarmi le labbra e la gola per cantare. A fine concerto la bottiglia era quasi sempre a metà”. In conclusione non poteva mancare una domanda sulla sua vecchia professione, vale a dire il cantautore, ormai abbandonata da una decina d’anni da Guccini. “Mi sono divertito molto. Mi piaceva il rito del palcoscenico, l’andare in giro, il cenare prima e dopo il concerto, l’affetto del pubblico ovunque andassi. Ma era anche molto stancante, molto caotica come vita, quindi devo dire che tutto sommato non la rimpiango. Riconosco di essere stato molto fortunato e di essermi divertito molto, ma ora quel tempo è finito e non lo rimpiango”.

Gli incontri con Guccini, l’ultimo in provincia di Cuneo era stato a Valloriate nel settembre del 2019 in occasione del Festival dei Nuovi Mondi, sono sempre preziosi, al di là del libro o del progetto che sta presentando. Guccini rappresenta una personalità unica nel panorama nazionale, a prescindere da ciò che stato. È l’ultimo grande e illustre testimone di un tempo che non esiste più, della memorialistica concreta dei “saggi ignoranti di montagna” come li definiva lui in una sua canzone, ed è soprattutto forse il più grande affabulatore vivente nel nostro Paese, che riesce sempre a catturare l’attenzione di chi ascolta, a prescindere dall’età e da tutte le altre distinzioni sociali e culturali che si possono prendere in considerazione. Guccini piace e conquista tutti, e lo fa per la sua genuinità abbinata alla sua sconfinata cultura, che lo rende il migliore interlocutore possibile su qualsiasi tema si discuta. Poterlo vedere dal vivo, benché non con una chitarra in mano, è un qualcosa che al contempo commuove e onora chi ascolta.