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Savigliano, un logo per il tetto di Sant’Andrea

Il lavoro di Barbero Elisa è risultato il primo classificato, pari merito per i progetti di Francesca Rista, Debora Rolando ed Edoardo Laudani

Mercoledì 21 aprile nel laboratorio “Gregory Guarnieri” dell’Istituto “Cravetta-Marconi” si è svolta la premiazione per la progettazione del logo, per il restauro del tetto della Chiesa Sant’Andrea a Savigliano. Presente Don Paolo, gli insegnanti coinvolti nella realizzazione del progetto e le autorità scolastiche.

Antefatto: Don Paolo Perolini, parroco della Chiesa di Sant’Andrea a Savigliano, prende contatto con la scuola, il vicepreside Giacomo Celiento lo incontra. Si sta per intraprendere un’importante opera di restauro del tetto del fabbricato e l’idea è di cercare finanziamenti, anche con donazioni popolari. Serve un veicolo visivo per traghettare la comunicazione, serve un segno che possa, in qualche modo, identificare l’azione, serve un marchio o, detto in altro modo, un logo.

Stesura del briefing: raccogliamo informazioni, le prime dalle parole di Don Paolo, le altre dalla Storia. Le prime notizie sulla chiesa risalgono al XII secolo e un tempo, com’è accaduto a molte chiese, aveva un orientamento completamente diverso dall’attuale. Dov’erano le absidi si ricava la facciata, e dov’era la facciata vengono costruite le attuali absidi. È questo il motivo della singolare presenza del campanile affiancato alla facciata. Quella facciata, quasi una quinta, strapiomba con la sua bellezza sulla stretta via omonima. Don Paolo ci invia le fotografie fatte da un drone, la vista dell’articolatissima architettura del tetto è indubbiamente visionaria ma, quasi subito pensiamo, che non possa trasmettere alcun messaggio: nessuno l’ha mai visto e difficilmente lo potrà vedere. Quattro insegnanti (Marco Filippa, Monica Lerda, Michelle Fedele e Rachele Viti) propongono il progetto a tre classi, due terze e una quarta, dell’Indirizzo “Grafica e comunicazione”.

Progettualità: comunicare il luogo e l’iniziativa, questa è la questione da risolvere visivamente con l’ausilio di un claim (slogan) efficace. Incontri in dad e talvolta in presenza, la metodologia è la stessa: la didattica laboratoriale, che ha eredità lontane (dalla sperimentalità Bauhaus passando per Dewey, piuttosto che per le ricerche del torinese Francesco De Bartolomeis o per il geniale Bruno Munari). Ed ecco affiorare, passo dopo passo, sintesi visive nel segno dell’immediata memorizzazione/identificazione del soggetto visivo. Cromatismi prelevati dalla facciata o dall’immaginario significativo di tavolozze che evochino i manufatti artistici: i mattoni, le tegole, l’abecedario architettonico. Riflessioni, appunti visivi, elenchi di parole per costruire pensieri in un libero associarsi di significativi significati, semplici e immediati. Una cinquantina di elaborati presentati con la volontà di raccontare il progetto, come si deve fare in un concorso, come deve essere chiarito a un committente.

Report finale: la commissione parrocchiale si riunisce e li vede e ci consegna il suo verdetto. Il lavoro di Barbero Elisa è risultato il primo classificato, pari merito per i progetti di Francesca Rista, Debora Rolando ed Edoardo Laudani.