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Chi era Lidia Beccaria Rolfi, la maestra a cui sarà intitolata la biblioteca di Saluzzo

Partigiana ed ex deportata, ha dedicato la sua vita al racconto della Shoah

La nuova biblioteca comunale di Saluzzo, trasferita da qualche mese nella sede dell’ex caserma Mario Musso, sarà intitolata alla staffetta partigiana Lidia Beccaria Rolfi. Così è stato deciso da una votazione cittadina.

Chi era Lidia Beccaria Rolfi? Nata a Mondovì l’8 aprile 1925 dove è morta il 17 gennaio 1996, originaria di una famiglia contadina, frequenta le Magistrali a Mondovì e si diploma nel luglio 1943. Ad ottobre di quell’anno ha il suo primo incarico come maestra nella scuole di borgata Torrette a Casteldelfino. In alta valle Varaita prende contatto con la Resistenza ed entra nella XI divisione Garibaldi, XV brigata Saluzzo.

Il comandante partigiano “Ezio” Ermes Bazzanini le dà il nome di battaglia da staffetta “Maestrina Rossana”. Il 13 aprile del 1944, dopo una spiata, viene fermata a San Maurizio di Frassino dai fascisti repubblichini e portata all’Albergo dell’Angelo a Sampeyre dove viene torturata. La mattina dopo viene messa davanti ad un finto plotone di esecuzione, prima del trasferimento a Saluzzo, poi a Cuneo e infine alle “Nuove” di Torino. Dopo più di 3 mesi in cella, il 27 giugno 1944 inizia il suo viaggio in treno per Ravensbruck dove è rimasta fino al 26 aprile 1945.

Torna in Italia mesi dopo, in autunno. Appena rientrata riprende il suo lavoro di maestra. Intanto si laurea a Torino e inizia ad insegnare Didattica e Pedagogia alle Magistrali di Mondovì, fino alla pensione.

Pubblica nel 1978 “Le donne di Ravensbruck” con Anna Maria Bruzzone, prima opera in italiano sulla deportazione femminile nei campi di concentramento della Germania nazista. Nel 1996 dà alle stampe “L’ esile filo della memoria”, racconto autobiografico del suo ritorno dopo l’esperienza del lager e del difficile reinserimento nella vita civile. Nel 1997 esce postumo “Il futuro spezzato”, un saggio sull’infanzia durante la dittatura nazista, cui lavorava da quasi venti anni e di cui Primo Levi ha curato l’introduzione.

Nel gennaio dello scorso anno ignoti hanno imbrattato la porta di casa del figlio con la scritta “Juden hier”, “Qui ebrei”.