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Varaldo (AIEF): “Sofferenza dei fratelli di Cuneo condivisa con migliaia di minori”

A due dei quattro fratelli di Cuneo, allontanati dalla madre dopo aver denunciato presunti abusi da parte del padre e divisi da otto mesi in diverse case famiglia, sono stati sottratti i cellulari

“La sofferenza che stanno vivendo i fratelli di Cuneo è una sofferenza condivisa con migliaia di minori collocati in molte delle oltre 3mila comunità per minori sparse sul territorio nazionale. A due dei quattro fratelli di Cuneo, allontanati dalla madre dopo aver denunciato presunti abusi da parte del padre e divisi da otto mesi in diverse case famiglia, sono stati sottratti i cellulari. Non potranno più, quindi, né contattare i loro amici, né vivere i social come tutti i ragazzini della loro età, né raccontare, come hanno fatto in questi mesi, i propri desideri e le proprie volontà. Occorre interrogarsi, nuovamente, su quale sia il ruolo delle comunità. Premesso che il collocamento in comunità deve essere l’extrema ratio, ma sappiamo purtroppo che in moltissimi casi non è così, il ragazzo o la ragazza che si trova in comunità deve poter essere sostenuto a condurre una vita molto simile a quella svolta da ogni suo altro coetaneo: deve poter uscire per frequentare la scuola, praticare sport, incontrare gli amici e come ogni giovane poter usare liberamente il proprio cellulare. Si vuole privare questi giovani anche di ogni contatto con il mondo esterno alle mura della comunità se non controllati o accompagnati dagli operatori?” Lo afferma in una nota stampa Tommaso Varaldo, Presidente dell’Associazione Infanzia e Famiglia AIEF.

“La comunità non dovrebbe essere in alcun modo paragonabile ad un carcere in cui si deve condurre una vita di restrizioni ma piuttosto un luogo deputato al recupero, all’aiuto e al sostegno. E occorre ancora chiedersi perché questi minori si trovino in comunità. Si scoprirebbe, allora, che la maggioranza di loro non sono autori di reati ma sono vittime di reati a cui vengono, però, applicate restrizioni degne di essere, in alcuni casi, riservate ad autori di reato. È così che si vuole continuare a tutelare i minori nelle comunità? Non occorre solo una riforma normativa che riscriva le regole e i protocolli delle comunità per minori, molte delle quali versano in situazioni vergognose anche sotto il profilo strutturale, ma occorre anche un cambio di passo dal punto di vista culturale nel comparto giuridico e socio assistenziale: i minori devono essere collocati in comunità solo se non vi è alcuna alternativa per la tutela della loro vita e le comunità devono essere luoghi di eccellenza deputati al concreto sostegno per lo sviluppo psicofisico e relazionale dei minori.” conclude Varaldo.