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Boves, i 94 anni di Beppe Sajeva: il giornalista “con la guerra che gli continua dentro” foto

L’ormai «decano» dei giornalisti ha festeggiato il suo genetliaco in buona salute, «isolato» in casa ormai da un anno, in «pandemia»

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Venerdì 26 marzo quello che è ormai il «decano» dei giornalisti cuneesi, Beppe Sajeva, classe 1927, ha compiuto i suoi novantaquattro anni.

Sajeva, originario di Torino, dove ha trascorso buona parte della sua esistenza, figlio di ebreo di origine balcanica, bosniaca (il cognome è italianizzazione fascista di Saviev, con Khalil che divenne Calogero), andato alla guerra civile di Spagna nelle «Brigate Internazionali», è anche uno degli ultimi «reduci» partigiani, di quelli «veri», in «servizio», costante, per venti mesi, tra il 1943 ed il 1945, dai sedici anni, in Valle Susa, nella brigata «giellista» di Campana (a casa non poteva tornare, visto il rischio di «deportazione», nella «baita» con mamma e nonna non voleva stare).
A livello locale è poco ricordato in questo ruolo, ma poco ha fatto per esserlo, defilandosi, aristocraticamente, da celebrazioni, sentendosi sempre «forestiero», pur in «Granda» (arrivato per lavoro) da quasi quarantina di anni (a «La Stampa» fu in tipografia, poi al «controllo vendite», infine, in pensione, «pubblicista», per oltre mezzo secolo complessivo, senza trascurare collaborazioni con settimanali e televisioni locali).

Successivamente, con «la guerra che gli continuava dentro», profondamente segnato dalla esperienza, si era concesso anche arruolamento in un «Corpo di spedizione» italiano che doveva sbarcare, con gli Alleati, sulle coste giapponesi, a fine guerra (fermato a Suez dalla resa, estate 1945, dell’Impero del Sol Levante, dopo il lancio delle due bombe atomiche Hiroshima e Nagasaki), oltre alla partecipazione, nelle file dell’esercito israeliano alle guerre del 1948 e del 1967 (non a quella del 1956, soprattutto per i problemi di salute, fatali, che stava attraversando il padre).
Parafrasando Klausewitz, in fondo, per lui la «cronaca», il «giornalismo», fu, anche, un modo per «continuare la guerra con altri mezzi»…
Ovviamente ha dovuto festeggiare il suo genetliaco, per fortuna in buona salute, «isolato», da parenti ed amici, come è da un anno, in pandemia COVID, nel suo appartamento bovesano, tra le buone letture che non ha smesso (la attività giornalistica è finita meno di dieci anni fa, ultraottantacinquenne), circondato solo dall’affetto della sua «collaboratrice» Mariana (che lo segue dalla morte, un lustro fa, della adorata moglie Nina Chialva)…

Il suo unico cruccio son le gambe, non più forti come quando percorreva le alture della Valle Susa o del Golan… Non solo per le belle donne la vecchiaia ha i tratti dell’inferno (come scriveva de La Rochefoucauld), anche per i vecchi leoni, gli anziani guerrieri…

Vive, come è logico quando si è lucidi a quell’età, insieme ai ricordi, purtroppo non tutti ancora scritti, delle sue battaglie e delle sue donne (nessuna come Nina, assistita sin all’ultimo respiro, che lo andò, persino, a «recuperare» in Israele, nel 1967, invitandolo a «tornare a casa»), dei genitori (il padre fu catturato, in tram, a Torino, durante l’occupazione nazista, mentre andava a trovare amante, ritornò con giovane tedesca che lo aveva aiutato durante la detenzione in Germania, non sollevando, comprensibilmente, l’entusiasmo della madre)…
L’anno prossimo, a Pasquetta, potrebbe «sfilare», novantacinquenne, su macchina d’epoca, in testa al «corteo» della «Festa delle Leve», che sarà «festaccia», dopo anni di interruzione, quando la «pandemia» finirà… Lo potrebbe fare anche ai cento anni… Non lo ha mai fatto. Non lo farà mai. Almeno sino a quando gli resterà la «lucidità». Sino a quando sarà lui, con la «guerra che gli continua “dentro”»…

Il suo raccolto «mai seminato» è l’affetto, che si percepisce, nei suoi confronti, di bovesani e non solo…

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