3 dicembre 1944: l’omicidio di Duccio Galimberti foto

Settantasei anni fa il cadavere dell’avvocato e partigiano cuneese veniva abbandonato a Centallo. Se ne andava così una delle figure chiave della Resistenza cuneese, capo partigiano di Giustizia e Libertà e instancabile oppositore dell’oppressione tedesca. Un grande pezzo di storia di Cuneo, soprattutto per il discorso del 26 luglio 1943, rivolto alla piazza oggi a lui dedicata.

È difficile parlare dei miti di intere città. Le loro personalità sono troppo complesse per poter essere riassunte in poche righe, e abbracciano la storia di intere comunità in generale. È sempre più facile, in questi casi partire dalla fine, dai dati certi. Una vicenda biografica molto nota e giustamente celebrata ma da ricordare soprattutto per le nuove generazioni e per coloro che per la prima volta si avvicinano alla figura di questo straordinario eroe nazionale.

E così, il 3 dicembre del 1944 veniva ucciso dai fascisti Tancredi Galimberti, conosciuto ai più con il nomignolo Duccio. Era stato catturato, qualche giorno prima, il 28 novembre, a Torino, dove si rifugiava da diverso tempo e organizzava clandestinamente le mosse delle milizie partigiane sparse per tutto il territorio piemontese, e in particolar modo nella zona a lui più cara. Era diventato, di fatto, uno dei massimi vertici della lotta partigiana piemontese, nonché uno dei ricercati più ambiti dai Repubblichini e dai tedeschi. Fu riconosciuto in una panetteria torinese e subito portato nel carcere del capoluogo piemontese. Nel pomeriggio del 2 novembre, un commando di fascisti cuneesi lo prelevò dalla prigione e lo portò nella caserma delle brigate nere di Cuneo (situata nell’attuale Corso IV Novembre). Qui Duccio venne interrogato e barbaramente torturato, senza che però i fascisti riuscissero ad estorcergli la benché minima informazione sulle formazioni partigiane delle montagne intorno alla città. La mattina del giorno dopo il suo cadavere fu portato e abbandonato a Centallo, per simulare una fucilazione in loco. Se ne andava così, a soli trentotto anni, una delle figure più importanti della Resistenza, non solo cuneese, un eroe nazionale che tra il settembre del 1943 e il novembre del 1944 si dimostrò un formidabile capo partigiano amato e cercato da tutti i combattenti della resistenza, a prescindere dal gruppo di cui facevano parte.

Si può dire che la leggenda di Duccio Galimberti, però, nasca ben prima della lotta partigiana attiva. Figlio dell’ex ministro delle Poste nel Governo Zanardelli e poi senatore fascista Tancredi, e della poetessa e studiosa austriaca Alice Schanzer, il giovane Duccio si laureò in Giurisprudenza, diventando, giovanissimo, il più importante penalista di Cuneo. Nel 1932, contrariamente a quanto ci si aspettasse, dato il ruolo di suo padre e la sua professione, rifiutò di aderire al Partito Fascista, presentendo il delinearsi di gravi pericoli per il suo paese e avvertendo la necessità di riunire insieme tutte le personalità estranee o ostili al fascismo della città. Casa Galimberti diventò ben presto un cenacolo politico-culturale illuminato, in cui si riunivano una volta a settimana personalità di vario indirizzo politico, tutte concordi nel ripudiare moralmente il regime fascista, per discutere di vari argomenti. Negli anni successivi, Duccio si avvicinò sempre di più alle realtà antifasciste cuneesi e soprattutto di Torino, entrando nel 1939 nel gruppo di Ada Gobetti. Nell’autunno del 1942 arriva ad aderire al Partito d’Azione, portando con sé molti membri del gruppo di antifascisti che negli anni si era andato ampliando (tra cui l’importante filosofo cuneese Luigi Pareyson). Il nome e l’azione di Duccio cominciano a farsi strada praticamente ovunque, coinvolgendo magistrati, avvocati, professori, studenti (compresi molti del GUF cuneese) e ufficiali, per lo più giovani.

Ma la data che ha reso Duccio Galimberti immortale e mito assoluto di un’intera città è senza dubbio quella del 26 luglio 1943. All’indomani della deposizione di Benito Mussolini e della di fatto caduta del Fascismo, l’avvocato Galimberti tenne un discorso memorabile, invitando la comunità cuneese a ribellarsi all’oppressione tedesca e fascista. Era giorno di mercato, e l’allora Piazza Vittorio Emanuele era piena di gente, giunta anche dalle zone limitrofe alla città per capire che cosa stesse succedendo. I primi a parlare furono importanti uomini di legge di Cuneo: l’ex sindaco Antonio Bassignano e l’ex ministro Marcello Soleri, che avevano i loro studi di fianco al tribunale, e quindi di fronte a Casa Galimberti. Le loro parole furono piuttosto deludenti per la folla: si limitarono a invitare la popolazione a seguire le direttive del Re e del nuovo capo del governo Badoglio, che aveva già affermato che la guerra sarebbe continuata a fianco dell’alleato tedesco. Duccio preparava la sua mossa dalla sera prima, quando, da Torino (era ospite del fratello Carlo Enrico), telefonò ai suoi compagni di partito dicendo che la mattina dopo sarebbe arrivato presto a Cuneo, per parlare alla popolazione. Così, dopo che i suoi compagni ebbero indirizzato l’attenzione della folla verso il balcone di Galimberti, alle ore 11 Duccio cominciò a parlare. Furono poche frasi, ma dirompenti. Disse che era finita una prima guerra, ma che doveva cominciarne una nuova contro i tedeschi e che la vecchia classe dominante, inevitabilmente collusa coi fascisti, non poteva essere assurta come guida per i cittadini. Il popolo doveva prendere in mano il proprio destino. «Sì, la guerra continua fino alla cacciata dell’ultimo tedesco, fino alla scomparsa delle ultime vestigia del regime fascista, fino alla vittoria del popolo italiano che si ribella contro la tirannia mussoliniana, ma non si accorda a una oligarchia che cerca, buttando a mare Mussolini, di salvare se stessa a spese degli Italiani». Un discorso importantissimo per la nostra città, seppur difficilmente ricostruibile, essendoci poche testimonianze né tantomeno contributi audio. Poche parole che preannunciavano, in qualche modo, non solo l’inizio della Resistenza partigiana, che vedrà lo stesso Duccio assoluto protagonista dall’immediato post-8 settembre, ma anche la rottura con le istituzioni “contaminate” dal ventennio fascista che verrà conclamata il 2 giugno del 1946, con la proclamazione della Repubblica.

Dopo questo discorso e il conseguente mandato di cattura firmato da Badoglio e ritirato dopo tre settimane, l’11 settembre 1943 cominciò l’avventura di Duccio come partigiano. Partì infatti, insieme a 11 fedeli compagni (tra cui spiccano i nomi di Dante Livio Bianco e Dino Giacosa) per le montagne. Il gruppo si installò in un primo momento alla Madonna del Colletto, dove venne fondata “Italia Libera”, la prima brigata di Giustizia e Libertà della provincia di Cuneo, poi nella borgata di Paraloup e infine (novembre ’43) in Valle Grana. Ferito in battaglia nel gennaio del 1944, dopo la convalescenza si stabilisce a Torino, dove diventa una delle figure chiave nel direttivo delle forze partigiane regionali, mantenendo relazioni con tutte le brigate ed escogitando alcune tra le strategie militari più efficaci. Degno di nota è senza dubbio l’incontro di Barcelonnette, da lui organizzato il 22 maggio del ’44, tra i comandanti partigiani italiani e i vertici dei maquisards d’oltralpe, che rappresentò di fatto la prima stretta di mano tra italiani e francesi dal 1940. Un’attività partigiana fondamentale per tutti i combattenti della Resistenza. Galimberti era un mazziniano convinto, un uomo che metteva l’amor di patria al primo posto e tentava in ogni occasione di tramutare il pensiero in azione, a qualsiasi costo. Mise in pratica la sua ideologia con una coerenza e un eroismo straordinari, che lo rendono ancora oggi un eroe indiscusso della nostra città. Dimostrò inoltre, di essere in forte anticipo sui tempi non nascondendo mai il suo spirito europeista, in un’ottica federalista.

Duccio Galimberti è stato un uomo straordinario, di fronte al quale non si può provare altro che un rispetto profondo” così ha commentato l’anniversario della sua scomparsa l’assessora alla Cultura di Cuneo Cristina Clerico. “Ha incarnato in modo plastico e drammatico la storia di chi, coraggiosamente, combatte per la libertà, e in questo modo ha dato lustro a Cuneo, città notoriamente Resistente a partire dal suo motto, ’Ferendo’. Duccio Galimberti ha rappresentato l’emblema di una città che ha sempre lottato e resistito in nome della libertà. Quest’anno abbiamo aperto la rassegna di Scrittorincittà con un incontro con il magistrato Gherardo Colombo, in cui si è parlato, tra le altre cose, della necessità di spendersi, anche in modo drammatico se necessario, per la democrazia. Duccio Galimberti ha sicuramente rappresentato un mirabile esempio di personalità di questo tipo”. Non mancheranno, anche nell’anno del Covid molte manifestazioni di commemorazione di una figura così importante per Cuneo. “Casa Galimberti giovedì 3 dicembre offrirà, come percorso online una ‘passeggiata virtuale’ nella vita di Duccio e ricorderà la sua figura anche attraverso i suoi profili Facebook e YouTube. Alle 18, poi, direttamente dal balcone dove tenne il famosissimo discorso del 26 luglio 1943, verrà suonato il Silenzio. Tutte iniziative, insomma, volte a trasmettere la memoria di un grandissimo cuneese in modo particolare ai giovani e ai più piccoli”.

È difficile capire e parlare dei miti. Essi, però, vanno tramandati di generazione in generazione, e il fatto che ancora oggi la figura di Duccio Galimberti sia sentitissima a Cuneo, dimostra la sua natura mitica.