Zona rossa e lockdown, il ministro Dadone attacca Cirio: “Basta buttarla in caciara, perché non hai fatto tutto ciò che ti competeva?”

Dura offensiva nei confronti del governatore del Piemonte, con una riflessione finale: "Siamo piemontesi, ci vantiamo di fare poche chiacchiere e lavorare sodo. È ora di farlo"

Pochi minuti fa, via social, si è registrato un duro attacco del ministro Fabiana Dadone, di origini monregalesi, al presidente del Piemonte, Alberto Cirio, successivo alle lamentele di quest’ultimo circa il nuovo DPCM e l’istituzione della zona rossa sul territorio regionale.

“Presidente Cirio, caro Alberto, apprendo del tuo sconcerto per la scelta forte del Governo che si è abbattuta sulla nostra Regione, credo sia doveroso dirci che dobbiamo essere anche seri tra di noi – esordisce il ministro –. Capisco bene che ‘buttarla in caciara’ funzioni molto, ma soffiare sul fuoco dell’insoddisfazione e della sofferenza di chi assiste attonito alle discussioni tra Governo e Regioni, maggioranza e opposizioni, non può che peggiorare la situazione.

Il ministro Dadone rincara quindi la dose: “Potrei elencare le ingenti risorse che questo Governo ha stanziato dall’inizio della pandemia ad oggi per reggere l’onda d’urto (per sanità, scuola, trasporti) e chiedere perché la nostra Regione non abbia fatto tutto ciò che le competeva in tema di sanità e trasporti; potrei chiederti perché dopo le ore dedicate al confronto tra Governo e Regioni ora racconti che non siate mai stati coinvolti; perché giorni fa chiedevate azioni forti e oggi dite che sono troppo forti. Ma che utilità avrebbe se non intimorire ancor più chi da noi tutti si aspetta qualcosa di più di un semplice scaricabarile di responsabilità?”.

Infine, una chiosa significativa: “Non dimentichiamoci troppo velocemente delle file di camion militari che portavano i feretri fuori Bergamo, delle notti silenziose interrotte dalle sirene delle ambulanze, degli sforzi di coloro che lavorano negli ospedali e che a marzo acclamavamo come eroi. Oggi le tende militari fuori dagli ospedali piemontesi e la fila di ambulanze che spostano pazienti da ospedali torinesi ad altri dovrebbero farci essere più coesi nella lotta contro la pandemia. Siamo piemontesi, ci vantiamo di fare poche chiacchiere e lavorare sodo. È ora di farlo.