Dogliani, alcuni commercianti si chiedono: “Con quale criterio si stabilisce chi ha diritto a lavorare e chi no?”

"In una piccola cittadina come Dogliani, il lockdown si può paragonare ad una ghigliottina che scende velocemente sulle teste di tutti i lavoratori. In questo contesto, i pochi servizi esistenti saranno costretti a fare delle scelte dolorose, che contemplano anche il fallimento e la chiusura definitiva di attività storiche"

Scrivono alcuni commercianti doglianesi.

Indossate la mascherina, igienizzate frequentemente le mani, mantenete la distanza intrapersonale di almeno un metro” queste frasi fanno ormai parte del nostro vocabolario comune.

L’anno 2020 ha portato nelle nostre vite un virus terribile che ha generato solitudine, ansia e paura nella quotidianità di tutti noi. Era l’inizio di Marzo quando molti di noi lavoratori autonomi, presi da un enorme senso civico, decidemmo di fare un piccolo gesto che avrebbe potuto contrastare questo forte vento che si stava abbattendo su tutto il mondo, anche sulla nostra piccola cittadina Doglianese: tanti piccoli negozi del paese presero la decisione di abbassare la serranda anche prima che fosse stato pronunciato il DPCM che imponeva la serrata totale.

Inizialmente si parlava di un sacrificio di 15 giorni al massimo e tutti eravamo disposti a mettere da parte il nostro tornaconto economico al fine di aiutare la società in questo momento così delicato. I giorni passavano lentamente, i profitti si azzeravano, e, al contrario, le spese rimanevano costanti; nel frattempo, però, la grande distribuzione faceva affari d’oro in quanto aveva eliminato la concorrenza. Il lockdown venne prolungato più e più volte, mandando sempre più allo sbaraglio un settore economico che era già duramente colpito dalla concorrenza dei siti Internet e dei grandi supermercati.

Finalmente arrivò il 18 Maggio, giorno in cui, rispettando rigorosamente le regole, si tronava ad una sorta di nuova normalità. Le condizioni per la riapertura erano severe, ma giuste: ogni piccolo negozio si è attrezzato con materiale igienizzante, macchinari a vapore per la disinfestazione, barriere in plexiglass, termometri per la misurazione della temperatura e molto altro ancora. Tutto ciò ovviamente comportava l’investimento di somme di denaro, ma per queste realtà non fu un grande problema: erano disposte a tutto pur di poter tornare a lavorare in sicurezza.

Arrivò l’estate e le cose sembravano funzionare: i clienti indossavano le mascherine, l’ingresso nei negozi era contingentato ad 1, massimo 2 persone alla volta e tutti rispettavano l’obbligo di igienizzarsi le mani prima di toccare qualsiasi articolo; addirittura molti esercenti avevano anche introdotto la regola di non toccare la merce esposta, proprio per evitare la diffusione del contagio.

Ora ci chiediamo, a cosa è servito tutto questo? Perché tutti i settori che si sono adattati a queste normative, investendo i propri risparmi, e che hanno fatto rispettare le regole, sono costretti nuovamente a chiudere? Ovvio, la salute va tutelata prima di tutto, ma bisogna anche considerare che non si può uccidere un’intera categoria economica, assieme anche al settore della ristorazione, per una questione che poteva essere gestita diversamente. Molti di noi del settore abbiamo fatto dei sacrifici per salvare le nostre attività, purtroppo questi ultimi non sono stati riconosciuti e gli aiuti non sono stati sufficienti; anzi, alcuni di noi non li hanno nemmeno percepiti. Non vogliamo parlare di politica, chiunque si fosse trovato al governo in questa situazione avrebbe avuto difficoltà a gestire questa crisi e a far comunque contenti tutti. Riteniamo tuttavia che molte decisioni che sono state prese fossero totalmente sbagliate in questo periodo pandemico.

Purtroppo tutte le attività che ora si trovano nuovamente ad abbassare la saracinesca, non avranno più grandi aiuti poiché molte risorse economiche sono state investite in cose futili durante una pandemia, come per esempio il bonus monopattino concesso nel mese di Novembre e con il lockdown alle porte, oppure i banchi a rotella, arrivati nelle scuole il giorno in cui si pensa alla didattica a distanza.

Spesso ci ritroviamo a sentire frasi come “coraggio, andrà tutto bene”… beh, purtroppo non andrà tutto bene a casa di tutti. I negozi di Dogliani hanno fatto dei sacrifici per mantenere vivo il paese e ora chiedono a tutti i cittadini di pensare alle realtà economiche locali prima di fare acquisti online o nella grande distribuzione. Molti di noi si stanno attrezzando per le consegne a domicilio, pur di continuare a lavorare.

Chiediamo tuttavia alle autorità locali che vengano eseguiti dei controlli al fine di evitare situazioni di concorrenza sleale da parte di tutti coloro che non sono soggetti al nuovo DPCM, come purtroppo è avvenuto nel primo lockdown. In una piccola cittadina come Dogliani, il lockdown si può paragonare ad una ghigliottina che scende velocemente sulle teste di tutti i lavoratori. In questo contesto, i pochi servizi esistenti saranno costretti a fare delle scelte dolorose, che contemplano anche il fallimento e la chiusura definitiva di attività storiche.

Ora dunque ci chiediamo, perché chiudere queste attività che sono tra le più sicure in quanto garantiscono il rispetto delle normative? Creare un assembramento in un negozio di 50 mq al massimo è veramente difficile, cosa che, a detta di tanti, è più facile che si verifichi in un grande supermercato, dove la gente si ammassa alla cassa e non sempre rispetta la regola del distanziamento.

Dunque, con quale criterio si stabilisce chi ha diritto a lavorare e chi no? Chi stabilisce cosa è realmente essenziale e cosa no?
Quindi no cari lettori, non andrà tutto bene a casa di tutti.”