11 novembre: le tradizioni popolari di San Martino

Una giornata che ricordiamo perché tutti a scuola abbiamo studiato l'omonima poesia, perché a catechismo ci hanno raccontato la storia di Martino e del suo mantello e ancora perché i nonni ci spiegavano del rinnovo dei contratti agricoli e del vino novello

Oggi, 11 novembre, è San Martino.

Una giornata che ricordiamo perché tutti a scuola abbiamo studiato l’omonima poesia, perché a catechismo ci hanno raccontato la storia di Martino e del suo mantello e ancora perché i nonni ci spiegavano del rinnovo dei contratti agricoli e del vino novello.

Sono davvero tanti i detti legati a questo Santo, uno dei più popolari in Italia e in Francia. Fu uno dei primi santi non martiri proclamati dalla Chiesa cattolica.

A lui sono stati intitolati chiese e cappelle, questo vocabolo deriva dal piccolo edificio sacro dove era conservata la cappa o mantello che San Martino, secondo la tradizione, aveva tagliato per riscaldare un povero, comuni, borgate, montagne, strade, cascine, associazioni, dolci, oggetti vari, fiere.

Martino era figlio di un ufficiale romano e fu educato nella città di Pavia. La tradizione narra che, durante una ronda a cavallo, Martino notò un mendicante che pativa il freddo perché quasi completamente svestito. Mosso dalla pietà, Martino senza indugio tagliò a metà il mantello e ne diede un pezzo al mendicante. Ma perché solo metà? Perché a quel tempo ogni soldato si pagava mezzo equipaggiamento, l’altra metà veniva fornita dai governanti per i quali i soldati erano in servizio, Martino non avrebbe potuto dare il mantello nella sua interezza perché non era di sua proprietà! Dopo aver compiuto questo nobile gesto Martino prosegue la ronda, immediatamente smette di piovere, il sole si alza in cielo e la temperatura si scalda. Per questo motivo le giornate ancora calde e con un bel sole di novembre vengono chiamate Estate di San Martino.

In Piemonte è ancora oggi utilizzata la frase “fé San Martin” legata a quando si trasloca. Non è un semplice luogo comune ma ha riferimenti storici importanti. Perché prima della riforma dei patti agrari avvenuta nel secondo dopoguerra, l’anno agrario terminava il 10 novembre data scelta in quanto i lavori nei campi erano già terminati senza però che fosse già arrivato l’inverno e di conseguenza era finito il lavoro del mezzadro ed il relativo contratto di affitto. I braccianti che venivano riconfermati dal proprietario terriero per il nuovo anno agrario, che ripartiva il giorno successivo, non avevano problemi: il posto di lavoro era mantenuto così come l’abitazione. Per coloro che venivano licenziati, l’11 novembre, quando la chiesa ricorda San Martino di Tours, era un giorno disgraziato. Il mezzadro con la sua famiglia era praticamente messo alla porta, doveva raccogliere tutte le sue cose ed era costretto ad abbandonare casa e lavoro. Non era inusuale, in quei giorni, imbattersi in carri strapieni di ogni masserizia che si spostavano da un podere all’altro, ecco perché è tradizione utilizzare il termine “fé San Martin” (fare San Martino) quando si trasloca.

Un aneddoto riferito a questo modo di dire riguarda il primo re d’Italia. Il 24 giugno 1859 durante la seconda guerra d’indipendenza l’esercito del regno di Sardegna sta cercando di conquistare il piccolo paese di San Martino. Lo scontro è cruento e l’esito della battaglia, incerto. Vittorio Emanuele II incita i suoi soldati con la celebre frase “Fòrsa fieuj, ò i pijoma San Martin ò j’auti an fan fé San Martin a noi!” (Forza ragazzi o prendiamo San Martino o gli altri fanno fare San Martino a noi).

Ancora oggi molti mantengono la tradizione e rinnovano in questa data i contratti di affitto del terreno. Altro legame con il santo è associato alla maturazione del vino nuovo: “A San Martino ogni mosto diventa vino” che segnala come il vino nuovo sia ormai pronto da bere.