Chiara Appendino condannata a 6 mesi per falso in atto pubblico: il sindaco di Torino si autosospende dal Movimento 5 Stelle

Il primo cittadino del capoluogo regionale annuncia il ricorso in appello, aggiungendo: "Questo verdetto non pregiudica la possibilità di rimanere in carica e, quindi, porterò regolarmente a scadenza il mio mandato, in attesa del giudizio finale"

L’ufficialità è arrivata nel pomeriggio di oggi, lunedì 21 settembre 2020: Chiara Appendino, sindaco di Torino, ha ricevuto una condanna a sei mesi per falso in atto pubblico in riferimento al caso Ream, per via della mancata posizione al primo bilancio dell’amministrazione di un debito di cinque milioni di euro maturato dalla città nei confronti della società.

Un verdetto analogo a quello subìto dall’assessore comunale al Bilancio, Sergio Ronaldo, mentre la pena inflitta all’ex capo di gabinetto Paolo Giordana ammonta a 8 mesi.

Chiara Appendino ha diffuso questo suo pensiero sui social network: “Oggi, dietro mia richiesta di rito abbreviato, è stata pronunciata sentenza per la cosiddetta vicenda Ream. Le accuse mosse alla sottoscritta, all’assessore al Bilancio, al mio ex capo di gabinetto e al direttore finanziario del Comune erano di aver imputato nell’esercizio di bilancio sbagliato una sorta di ‘debito’ atipico di 5 milioni di euro del Comune nei confronti della società Ream, generato nel 2012. Noi l’abbiamo iscritto, d’accordo con la società Ream, nel 2018, scelta per la quale anche la Corte dei Conti, pur sollecitata da più fronti, non ha mai mosso alcun rilievo. Secondo la Procura, invece, questo debito andava iscritto nel bilancio 2016. Oggi, la Gup, ha validato la tesi della Procura, emettendo sentenza di condanna per ‘falso in atto pubblico’ per il bilancio 2016, mentre sono stata assolta, dalla stessa accusa, per il bilancio 2017 perché il fatto non sussiste.

Alla luce di queste considerazioni, Appendino afferma che ricorrerà in appello, “certa della mia innocenza e della mia assoluta buona fede. Sono stata anche assolta dall’accusa di ‘abuso d’ufficio’, anche in questo caso perché il fatto non sussiste. In primo luogo tengo a sottolineare che, come è evidente anche dalle carte processuali, non ho tratto alcun vantaggio personale, anzi: l’accusa, nella sostanza, era di aver ingiustamente ‘avvantaggiato’ il Comune. Non ho mai avuto alcun problema a risanare un bilancio ‘disastrato’ come quello ereditato, anche con manovre impopolari. Questa cifra, definita dal perito ‘peanuts’, noccioline (parliamo di meno dello 0,4% del bilancio dell’ente), poteva anche essere inserita nel bilancio 2016, senza portare in dissesto l’ente, sempre a detta dei periti. Non avrei mai avuto, dunque, il movente per commettere intenzionalmente il falso. Semplicemente, in un quadro normativo molto complesso e in una situazione definita dai periti ‘unicum’, ‘peculiare’ ed ‘eccezionale’, abbiamo scelto di imputarla al 2018 perché ritenevamo fosse la scelta giusta da fare alla luce delle informazioni in nostro possesso e degli accordi intercorsi. Se è stato fatto questo errore, ribadisco che è stato fatto in assoluta buona fede e senza alcuna volontarietà di commettere il falso. Ed questa è la tesi per cui ci batteremo fino all’ultimo grado di giudizio.

Adesso cosa succederà? “Questa sentenza non pregiudica la possibilità di rimanere in carica e, quindi, porterò regolarmente a scadenza il mio mandato, in attesa del giudizio in appello. Come previsto dal nostro regolamento interno, invece, mi autosospendo dal Movimento 5 Stelle, sempre fino al prossimo grado di giudizio, che auspico arrivi nei tempi più brevi possibili”.