Per i rifugi si profila una stagione all’insegna dell’incertezza

Lettera del presidente Piermario Giordano alle sezioni Cai per condividere azioni per la riapertura

Lo stato dell’arte lo ha descritto in poche parole Antonio Montani, vicepresidente generale del Club Alpino Italiano: «Brancoliamo nel buio. Senza indicazioni precise non è possibile lavorare concretamente per una apertura dei rifugi nell’estate». Insieme a lui oltre quattrocento persone, per buona parte rifugisti, “caisti” e amministratori locali, hanno partecipato all’incontro via web organizzato il 7 maggio da UNCEM per parlare di rifugi alpini in epoca post Covid 19. Come hanno confermato tutti i relatori intervenuti, al momento qualsiasi previsione circa tempi e modalità di apertura delle strutture in quota è impossibile. Le regole del gioco, è la speranza di tutti, dovrebbero essere definite nel Decreto del Presidente del Consiglio in uscita entro il prossimo 18 maggio. Un documento che per quanto riguarda la frequentazione della montagna e in particolare delle strutture di accoglienza dovrebbe tener conto delle indicazioni che i rappresentanti dei rifugisti hanno espresso nei gruppi di lavoro attivati da alcune realtà territoriali, come la Provincia di Trento, e dalle associazioni di categoria.

Al momento sono pochi i punti fermi. Di certo sia i pernottamenti sia il servizio di ristorazione saranno legati a sistemi di prenotazione obbligatoria. Si fa molto affidamento sul senso civico, o per meglio dire sul buon senso, della clientela. «Speriamo che tutti rispettino le regole di distanziamento, di utilizzo dei bagni e degli spazi comuni – si augura il rappresentante di Assorifugi Lombardia – ma soprattutto che la gente capisca che il servizio viene effettuato in condizioni di grande disagio, per cui non si possono avere troppe pretese. E potrà capitare che qualcuno non troverà posto». Il comportamento dei fruitori è una delle grandi incognite, anche perché è sensazione diffusa che quest’estate possa esplodere il turismo di prossimità e dunque su Alpi e Appennini si riversi una massa di neofiti. Gente che non sa che in montagna le condizioni meteo sono variabili e il brutto tempo a volte è proprio brutto, che con i tacchi si cammina sui marciapiedi in città ma non lungo un sentiero, che un rifugio e un albergo non sono parenti stretti, che nessun rifiuto va abbandonato. “Educare” alla montagna tramite una ben orchestrata campagna di informazione sui comportamenti da tenere è la grande sfida che il CAI, Parchi e Comuni devono prepararsi ad affrontare.

Di assodato c’è che i bivacchi saranno aperti, ma l’utilizzo vietato se non per emergenze. I rifugi dovranno avere un locale isolato da utilizzare in caso di necessità per l’isolamento di soggetti con sintomi riconducibili al Coronavirus. Il CAI fornirà a ogni rifugio un kit sanitario con saturimetro e termoscan per i controlli della clientela, un dispositivo per la sanificazione dei locali e mascherine con filtro sostituibile per quanti lavorano in rifugio. Sempre il CAI, attraverso la sua Commissione Medica Centrale, sta valutando la possibilità di realizzare un tutorial destinato ai rifugisti per l’utilizzo dei materiali sanitari.

Per il resto si naviga a vista, e la situazione è così incerta che sono molti i rifugisti che mettono in conto anche l’ipotesi di non aprire, come è emerso in un recente confronto tra i gestori dei cinque rifugi del CAI Cuneo e il presidente della sezione Alberto Gianola. «Considerando che il rifugio è anche un presidio della montagna, noi ci saremo. Ma – spiega Paolo Giraudo, del Morelli – se le condizioni non cambieranno o non apriremo al pubblico oppure, e al momento mi pare la prospettiva più realistica, da inizio luglio forniremo esclusivamente un servizio di cibo da asporto. In una struttura come la mia pensare ai pernottamenti è dura: nei due cameroni potrei ospitare due persone o al massimo due nuclei familiari.

Non ha senso.» «Come facciamo oggi come oggi a prenderci degli impegni con i nostri dipendenti e a programmare gli acquisti?», si chiede Franca Torre del Remondino. «E i problemi – prosegue – non sono legati solo all’apertura, ma anche alla gestione durante la stagione. Come la mettiamo se ti salta fuori un contagiato? Ti chiudono il rifugio, così ti tieni la roba che hai comprato e corri anche il rischio di avere delle grane sotto il profilo della responsabilità. Magari perché non hai impedito che la gente si precipitasse dentro per ripararsi da un bel temporale…»

La speranza è che si trovino delle soluzioni efficaci. Per i pernottamenti, tra le proposte in discussione c’è l’utilizzo di tende. Il gestore non le fornisce, ma ne organizza la sistemazione nelle vicinanze del rifugio, con limiti che corrispondono alla capienza massima della struttura: se questa è pari a sessanta posti e la disponibilità a causa del distanziamento si è ridotta a un terzo, una quarantina di “campeggiatori” potranno sistemarsi all’esterno.

In ballo c’è la tenuta economica non solo delle singole strutture, ma in certi casi di intere aree. È il caso della Valle Gesso, dove buona parte della disponibilità di posti letto è legata ai 13 rifugi e posti tappa presenti. «I rifugi oltre che strutture di accoglienza sono anche un grande elemento di richiamo, fanno girare l’economia di una valle. Per questo – spiega Piermario Giordano, presidente delle Aree Protette delle Alpi Marittime – abbiamo inviato una comunicazione ai responsabili delle sezioni CAI che hanno rifugi sulle nostre montagne per avviare, anche insieme ai Comuni, un confronto che possa mettere i gestori nelle condizioni di poter lavorare. Ho saputo che la Regione ha stanziato 2000 euro per ogni struttura. È una cifra che non risolve i problemi, ma è un segnale che le istituzioni ci sono e faranno la loro parte.»

Chissà che il Covid – come ha rilevato nell’appuntamento organizzato dall’UNCEM il neo presidente dell’associazione dei rifugisti del Piemonte, Guido Rocci – insieme a tante disgrazie non porti con sé anche a un ripensamento sulla frequentazione della montagna, convincendo chi di dovere, Regione in primis, che il turismo verde merita attenzioni e investimenti paragonabili a quelli riservati per le grandi stazioni di sci.

 

Foto A. Rivelli