Fumata nera per la regolarizzazione dei migranti nel settore agricolo

Ancora rinviata la decisione sulla regolarizzazione degli immigrati impegnati nel settore agricolo, nonostante fosse stato raggiunto un compromesso che pareva portare all'accordo tra le parti

Sembrava ormai cosa fatta, tanto che ieri mattina i partiti di governo avevano annunciato che nella notte era stato raggiunto un compromesso che accoglieva le richieste di Italia Viva e della ministra delle Politiche Agricole Teresa Bellanova ma alla fine, come spesso succede in politica, decisione rinviata e nulla di fatto per le regolarizzazioni dei migranti che lavorano nel settore agricolo.

L’accordo su cui si stava lavorando prevedeva che alla richiesta del datore di lavoro si sarebbe dovuta aggiungere quella del lavoratore, al quale sarebbe stato concesso un permesso temporaneo di sei mesi, convertibile in permesso di lavoro nel momento in cui il contratto veniva sottoscritto.  Inoltre, si sarebbero dovute effettuare delle verifiche più approfondite sul lavoratore per poter confermare le sue precedenti esperienze nel settore agricolo, requisito che era considerato prioritario dai datori di lavoro e dalle organizzazioni sindacali per garantire, da una parte, un’occupazione alle centinaia di migliaia di braccianti irregolari che sono presenti in Italia e, dall’altra, ai produttori di avere manodopera da poter far lavorare subito senza doverla prima formare. Questo secondo punto è quello che aveva reso difficile la scelta dei lavoratori per esempio attraverso la piattaforma messa a disposizione dalla Regione Piemonte nella quale sono inseriti disoccupati alla ricerca di impiego ma non sempre a conoscenza delle modalità del lavoro in agricoltura.

Il problema della manodopera nel comparto agricolo è molto sentito nella nostra provincia specie con la stagione della raccolta della frutta ormai alle porte, grazie alle condizioni climatiche favorevoli. La scelta di regolarizzare gli stranieri presenti sul territorio dovrebbe tener conto del fatto che le frontiere dei paesi di origine sono chiuse per colpa del coronavirus e quindi non ci sono i presupposti per il rimpatrio. Inoltre, la situazione di illegalità in cui queste persone si trovano, da una parte rischia di emarginarle ulteriormente, dall’altra le espone al rischio dello sfruttamento da parte della criminalità organizzata.

Speriamo che un compromesso venga raggiunto al più presto per interesse di tutte le parti coinvolte nella questione.