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Dottoressa cuneese a “Che Tempo che fa”

Un'altra vicenda relativa alla gestione piemontese dei tamponi e dei controlli sui pazienti che sono stati dichiarati positivi al coronavirus è stata portata alla ribalta durante la trasmissione "Che Tempo che fa"

Chissà se quanto accaduto durante la puntata di domenica di “Che Tempo che fa” relativamente alla testimonianza di una dottoressa che lamentava la gestione dei tamponi della quale è stata personalmente oggetto, servirà a smuovere qualcosa in Piemonte relativamente a questo problema su cui ci siamo soffermati più volte. Il medico in questione è Renata Gili, dottoressa della guardia medica dell’Asl Cn1, che ha scritto una lettera al professor Roberto Burioni, il famoso infettivologo ospite fisso della trasmissione condotta da Fabio Fazio.

Il racconto della dottoressa Gili è molto preciso e dettagliato: i sintomi riconducibili al coronavirus che la dottoressa accusa il 9 marzo. Lo segnala all’Asl ma non viene sottoposta al tampone perché nella prima fase, caotica, dell’emergenza la regola, per altro messa in evidenza anche dalla puntata di Report dedicata alla gestione piemontese della crisi,  prevedeva l’autorizzazione a effettuare il tampone soltanto nel caso di contatti con una persona positiva. Alla dottoressa Gili il 12 marzo passa la febbre e secondo l’azienda dovrebbe tornare a lavorare. Lei, dato che è convinta di essere contagiata dal covid-19 si organizza autonomamente con i suoi colleghi organizzando dei cambi di turno e decidendo di autoisolarsi. E questo fino al 20 marzo, il giorno in cui finalmente riesce a fare il test. Il 24 marzo arriva il responso ed è positivo. Il giorno prima, però, il 23 marzo, dall’Asl le dicono di tornare al lavoro. Lei obbedisce e, racconta in trasmissione che: “ Per dodici ore ho lavorato in una stanza chiusa a contatto con i colleghi ” . Della serie “come diffondere il contagio in maniera esponenziale…”

Il professor Burioni, pur considerando il periodo di estremo caos in cui è successo il fatto, dice che quanto accaduto è inaccettabile e che ” Il 9 marzo potevano mancare i tamponi, ma questo non è accettabile “. La dottoressa Gili, da parte sua, ha insistito sul fatto che la sua denuncia è stata resa pubblica perché ritiene che il suo non sia un caso isolato e che per questo ha voluto metterci la faccia. La sua vicenda ci rimanda a quella della mancata effettuazione dei tamponi ai nuclei famigliari con uno o più componenti positivi, in cui ci siano altri componenti a rischio di aver contratto il virus e, nonostante ciò non sono stati sottoposti al tampone.

Al momento la Regione non si pronuncia, in attesa di avere chiarimenti sui fatti accaduti mentre l’Asl Cn1 ha annunciato un’indagine e il direttore generale Salvatore Brugaletta dichiara di non aver nulla da dire, rimandando ogni dichiarazione all’Unità di crisi.