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Coronavirus è anche ammalarsi mentre si lavora

"Adesso l’unica cosa che desidero è guarire per poter riabbracciare la mia famiglia!"

Quella che ci racconta un’infermiera cuneese è una delle storie alle quali abbiamo tristemente cominciato ad abituarci nell’ultimo periodo. La storia di una donna che si trova da ormai 20 giorni in quarantena al proprio domicilio dopo essere risultata positiva al covid-19.

Come mai ha scelto la professione di infermiera? Quasi vent’anni fa ho scelto di diventare infermiera perché ho sempre nutrito un forte interesse per le professioni sanitarie. Tra tutte, quelle che maggiormente mi piacevano erano il medico e l’infermiere, professioni che a mio avviso mi permettevano di acquisire saperi, conoscenze scientifiche e competenze tecniche e comunicative. Le vedevo come percorsi che aiutano a conoscerti, crescere e renderti consapevole dei tuoi limiti e dei tuoi punti di forza. Sono attività
lavorative che permettono una crescita professionale e personale continua e in cui non si conosce la parola “monotonia”. Si ha in gioco la vita e la salute delle persone, si conoscono le loro famiglie, le loro abitudini e si entra in una parentesi della loro vita in cui si diventa importanti per non dire fondamentali per loro. Avevo voglia, inoltre, di fare un lavoro che potesse darmi tante soddisfazioni e vedevo queste professioni come quelle che avrebbero potuto darmele, visto il contatto umano e le relazioni che si vengono a creare nel prendersi cura di chi purtroppo è meno fortunato di noi. Alla fine ho poi optato per l’iscrizione al test d’ingresso in Scienze Infermieristiche perché gli anni di studio erano la metà di quelli di Medicina ed io all’epoca avevo voglia di iniziare a lavorare per sentirmi più autonoma e per poter aiutare anche i miei genitori nelle varie spese che ci sono in famiglia.”

In quali condizioni avete lavorato in quest’ultimo periodo? La situazione è apparsa grave fin da subito per voi del mestiere? Fino alla metà di marzo abbiamo lavorato come sempre, io faccio i 3 turni e tutto funzionava normalmente. La situazione non ci è apparsa subito grave come poi è diventata. Guardavamo in tv le immagini di quello che stava accadendo in Cina e poi ne parlavamo tra di noi colleghi. Non riuscivamo a capire, perché dai media arrivavano comunque notizie discordanti, chi diceva che si trattava di una semplice influenza, chi parlava di una situazione gravissima. Ma qual’era la realtà? Non sapevamo darci una risposta. Poi il virus è arrivato anche qui in Italia, a Roma, poi in Lombardia, Veneto ed Emilia e poi in Piemonte, a Cuneo e in tutte le regioni. Credo che abbiamo cominciato a capire la reale gravità della situazione vedendo quello che stava succedendo in Lombardia e gli ospedali della nostra provincia che iniziavano a sospendere tutte le attività chirurgiche e gli esami e visite specialistiche non urgenti, e a trasformarsi per poter accogliere i pazienti affetti da Covid e ad aumentare i posti letto di terapia intensiva. Nel frattempo, al fine di limitare la diffusione del virus, le visite da parte dei familiari ai pazienti ricoverati cominciavano a subire dei restringimenti e anch’essi, come noi, dovevano essere muniti di mascherina chirurgica. All’ingresso dei presidi ospedalieri e delle strutture sanitarie venivano istituiti i triage sia per il personale che per i visitatori attraverso la rilevazione della temperatura corporea e la compilazione di un questionario per rilevare la presenza di sintomi riconducibili a infezione da Coronavirus. Sempre di più comprendevamo che la situazione era seria. Intanto iniziavano ad arrivare notizie dei primi contagi in provincia e purtroppo dei primi decessi. Giungevano, ahimè, notizie anche di alcuni colleghi infermieri e medici di altri reparti covid e non covid, che avevano contratto il virus. Allucinante davvero. E da qui in avanti il nostro modo di lavorare è cambiato totalmente. Io abituata a sedermi in camera, a chiacchierare con i pazienti, a tener loro la mano, a infonder coraggio, non potevo più farlo come prima nel senso che dovevo avere tutti i dispositivi, guanti, camici, mascherine. I pazienti, già in apprensione per le loro condizioni di salute, ci vedevano entrare con mascherine, camici e visori; noi cercavamo di tranquillizzarli, ma immedesimandomi in loro potevo capire come si sentivano, visto che già non potevano avere accanto le persone a loro care, che da fuori a loro volta erano in ansia. Una situazione indescrivibile che mai avrei pensato nemmeno lontanamente di dover vivere.

Vi sentite tutelati contro il contagio? Direi proprio di no. Da metà febbraio arrivavano via mail numerose comunicazioni riguardo l’emergenza Covid da parte della Regione, dell’Unità di crisi, della Medicina del Lavoro della struttura presso cui opero, talvolta discordanti tra loro. Non parliamo poi della questione mascherine. Solamente in data 13 marzo abbiamo cominciato ad utilizzare la mascherina chirurgica per proteggerci, come da indicazione ricevuta via mail dalla Medicina del Lavoro che ne autorizzava l’uso a tutti i lavoratori che, indipendentemente dalla mansione svolta, si trovassero per ragioni di lavoro, a non poter far rispettare la distanza interpersonale di un metro. E nel nostro lavoro di medici, infermieri, oss come fai a far rispettare la distanza interpersonale di un metro? Però solo da quella data ci è stato concesso di poterle utilizzare, prima no. Sempre suddetta mail riportava che la mascherina chirurgica poteva essere indossata e riutilizzata finché non mostrava evidenti segni di macerazione o di lacerazione. Quindi siamo andati avanti ad utilizzare la stessa mascherina chirurgica per una settimana intera; anche perché le mascherine nonostante la richiesta di fornitura, non arrivavano, erano mancanti dal magazzino economale. Inconcepibile. Non so da cosa ci proteggevamo in queste condizioni, visto che il vapore acqueo emesso durante la respirazione e la sudorazione determinano una macerazione delle fibre che costituiscono il TNT, compromettendone quindi l’efficacia di filtro e di barriera e aumentando anche la resistenza al flusso dell’aria nella respirazione. Certo, io non lavoro in una Unità Covid ma nel mio reparto vengono ricoverati pazienti immunodepressi e pluripatologici provenienti da altri ospedali e dal domicilio. Chi mi assicura che questi pazienti non abbiano contratto il virus? Nessuno. Purtroppo il virus circola e chiunque può contrarlo, sia in ospedale che fuori. A mio modesto parere era necessario cominciare ad utilizzare i dpi (dispositivi di protezione individuale) prima e considerare tutti i pazienti con sintomi respiratori potenzialmente infetti e far loro indossare mascherine chirurgiche (ovviamente a coloro che la tolleravano, perché purtroppo in determinate condizioni alcuni pazienti non riescono proprio a tollerarle). C’ è poi la paura di portare “a casa” alla mia famiglia il virus. Quindi ho deciso di non vedere più i miei suoceri per tutelarli. A casa ho una bimba di 4 anni e mio marito, giuro che avevo anche preso in considerazione la possibilità di andare ad abitare da un’altra parte, ma come facevo a lasciare mia figlia? Mi piangeva il cuore. Quindi con le dovute precauzioni ho continuato a tornare a casa a fine turno.

I turni sono aumentati rispetto ad un normale periodo di lavoro? I turni sono aumentati quando alcuni colleghi purtroppo hanno iniziato ad ammalarsi e quindi non potevano più venire al lavoro.

Fino a quando non si è ammalata anche lei, cosa sta provando? Sono arrabbiata perché secondo me se avessimo cominciato ad utilizzare i dpi giusti da subito, questo si poteva evitare. Sono poi molto preoccupata per mio marito e mia figlia, ho paura di aver contagiato anche loro! Poi penso ai miei colleghi che devono coprire i miei turni e già sono rimasti in pochi e io non posso più aiutarli. Inoltre sono rammaricata perché mio marito avendo un’azienda agricola concentrata nell’allevamento di bovini non può lavorare visto l’isolamento legato al fatto che è un mio contatto stretto, e quindi i miei suoceri devono pensare a tutto loro, nonostante non siano più così giovani, perché questa è un’attività che non conosce né orari né feste e che non può essere sospesa da un giorno all’altro. Purtroppo per i contatti stretti di una persona positiva al Coronavirus il tampone è previsto solo se sono sintomatici altrimenti nulla; è prevista solamente la sorveglianza telefonica quotidiana da parte del Servizio di Igiene. Anche questa cosa la trovo assurda, perché, comunque un contatto stretto di un positivo, potrebbe anch’egli essere un positivo nonostante sia asintomatico. Quindi se non sviluppa i sintomi nei 14 giorni di isolamento chi mi assicura che però lui il virus non ce l’abbia visto che non è previsto alcun tampone? Però ai politici e ai calciatori asintomatici i tamponi si fanno eccome, anche se asintomatici. Tutto questo è a dir poco vergognoso. Non esiste una linea comune.

Come si sono manifestati i sintomi? Ho iniziato ad accusare un fortissimo mal di testa e dolori osteoarticolari diffusi. Il giorno seguente è salita la febbre ed è insorta una tosse secca molto fastidiosa che mi causava dolori al torace e alla schiena. Andando avanti si è poi manifestata una grande stanchezza durata parecchi giorni. Ho poi perso completamente il senso del gusto e dell’olfatto. Sono comunque monitorata dal mio medico curante al quale riferisco i sintomi 2 volte al giorno.

Come vive la sua famiglia? La mia famiglia (mio marito e la mia bimba) vive isolata in casa, lontano da me. Io rimango chiusa in una stanza, dalla quale esco solamente per recarmi in bagno. Loro mi portano da mangiare sulla porta e io consumo il pasto in camera. Ogni tanto la mia bimba mi viene a bussare alla porta per sapere come sto. Ha solo 4 anni ma ha capito la situazione, perché la sento parlare con il papà al quale dice “non possiamo stare con mamma perché è malata e poi ci ammaliamo anche noi”. Mi fa tanta tenerezza. Mi mancano i suoi abbracci e i suoi baci. Ogni tanto mi chiede “mamma quando guarisci? Ho voglia di abbracciarti”. Mi si stringe il cuore. Io passo la mia giornata leggendo e sentendo i miei colleghi per messaggio o per telefono, siaquelli purtroppo anch’essi malati, sia quelli che stanno lavorando tuttora e amici colleghi che lavorano in altri reparti. Mi manca tanto il mio lavoro! Ricevo chiamate e messaggi anche dai miei parenti e dai miei amici e questo mi aiuta a sentirmi meno sola! Abbiamo amici che si sono offerti di farci la spesa e si sono dati disponibili per qualsiasi necessità avessimo avuto e che ringraziamo di cuore. E’ proprio vero che l’amicizia si vede nel momento del bisogno! Al contrario abbiamo conosciuto a fondo alcune persone a noi molto vicine, alle quali non interessa nulla di come stiamo e che in parole povere ci hanno classificati come degli “untori” e pensano solamente a se stessi. Questo comportamento ci ha deluso tanto! Adesso l’unica cosa che desidero è guarire per poter riabbracciare la mia famiglia!”