Chi è Marta Busso, la giovane dottoressa cuneese che ha diagnosticato una malattia rara foto

L'ospedale Regina Margherita di Torino protagonista della prima puntata della nuova serie tv americana "Diagnosis" il prossimo 16 agosto

Cuneo. Marta, 26 anni, cuneese doc laureata in medicina nell’estate 2018, quasi casualmente è incappata in un articolo del New York Times in cui si parlava del caso clinico di una donna americana ed ha deciso di inviare la sua ipotesi diagnostica consapevole che le cause della malattia potevano esser innumerevoli.

Da lì la richiesta di venire in Italia per accertamenti e così grazie alla diagnosi di Marta il lavoro dell’equipe dell’Ospedale Regina Margherita di Torino sarà raccontato su Netflix nella prima puntata della nuova serie tv americana “Diagnosis” che debutterà il 16 agosto prossimo.

Quello che era definito un caso “impossibile” è stato curato presso il Centro regionale per le malattie metaboliche ereditarie presso il Regina Margherita di Torino cosicchè la paziente con una corretta terapia dietetica e farmacologica ha ridotto drasticamente la sofferenza muscolare.

Abbiamo raggiunto Marta telefonicamente a Friburgo dove attualmente si sta specializzando in pediatria per conoscer meglio questa eccellenza della sanità italiana che ha fatto parlare di sè fino in America.

Chi è Marta? Sono una ragazza di 26 anni cresciuta a Cuneo città a cui sono molto legata e dove torno sempre volentieri perchè qui si trovano i miei affetti, famiglia e amici, e anche la società di cui ho fatto parte per tanti anni, anche come allenatrice, la Cuneo Ginnastica. Ho frequentato l’Università di Torino, il quarto anno (2015/2016) sono stata in Germania, a Göttingen con il programma Erasmus così ho iniziato ad avvicinarmi e conoscere il sistema tedesco. Prima della Laurea ho vinto una borsa di studio che mi ha permesso, grazie ai contatti del Dottor Spada, di effettuare un tirocinio di 3 mesi, dall’agosto all’ottobre 2018, ad Heidelberg nel centro di malattie metaboliche pediatriche del Prof. Hoffmann, il più conosciuto in Europa. Poi sono tornata in Italia per sostenere l’esame di Stato fino alla primavera 2019 quando l’ospedale di Friburgo mi ha assunta.

Riguardo alla vicenda della diagnosi della malattia rara cosa ci racconti? Diciamo che non me ne rendo conto sono una persona con i piedi per terra quindi continuerò la mia specializzazione in pediatria e far ricerche nel campo delle malattie metaboliche. Sono rimasta in contatto anche con il centro del Regina Margherita. Ho inviato la diagnosi quasi per scherzo di lì poi la produzione ci ha contattati per sapere se era possibile venire a Torino per gli accertamenti diagnostici.

E il fatto che una serie tv parlerà di te che effetto ti fa? Già dall’inizio sapevo che la puntata sarebbe andata in onda, con o senza una diagnosi. Sono sicuramente soddisfatta e orgogliosa soprattutto per l’ospedale Regina Margherita e la stessa città di Torino. La vedo come una forma di pubblicità, per tutti e anche il modo per far capire che in Italia ci sono centri di studi validi, la formazione che riceviamo è molto buona, lo vedo tutti i giorni potendo fare anche dei paragoni qui in Germania con persone che hanno la mia stessa età o più grandi che hanno studiato in altre parti del mondo.

Il finale della tua storia fa parte di quella parte di ragazzi che si definiscono “cervelli in fuga”. Come mai questa decisione? Innanzitutto voglio ribadire che in Italia ci sono validissimi professori, ad esempio i dottori Marco Spada e Francesco Porta con cui ho studiato, entrambi lavorano al Regina Margherita di Torino e al Centro regionale per le malattie metaboliche ereditarie. La scelta di far la specializzazione all’estero è dettata dal fatto che penso sia importante spostarsi per conoscere più punti di vista, aiuta a crescere sia umanamente che professionalmente. Non so cosa mi riserverà il futuro ma la speranza è quella di tornare in Italia e continuare a lavorare con il team del dottor Spada.

Cosa ti auguri per il futuro? Spero che queste cose possano smuovere poteri più forti, che si cominci a investire su giovani, ricerca, sanità che sono aree molto carenti in Italia, non permettono a noi giovani di portar avanti le nostre passioni come vorremmo.