Il vescovo di Cuneo e Fossano: “Io sono molto fiducioso” foto

Chiacchierata con Monsignor Piero Delbosco che dal 9 ottobre 2015 sta guidando le due diocesi che gli sono state affidate verso l’unificazione

Monsignor Piero Delbosco nato a Poirino (Torino, secondogenito di quattro figli, il papà Antonio aveva lavorato 37 anni come operaio alla Fiat e la mamma Caterina era casalinga, è vescovo di Cuneo e Fossano dal 9 ottobre 2015. Sta guidando le due diocesi che gli sono state affidate verso l’unificazione.

Monsignor Delbosco, iniziamo dal processo di unificazione delle diocesi di Cuneo e Fossano: come sta procedendo?
Dunque, sono due diocesi distinte giuridicamente unite in ‘persona Episcopi’ cioè io sono vescovo dall’una e dall’altra parte. L’anno scorso, nel corso del mese di maggio, abbiamo ricevuto l’invito da parte del Santo Padre di accorpare le diocesi piccole cioè di creare delle uniche realtà, cominciando ad attivare delle collaborazioni. Ho ereditato questo lavoro dai miei predecessori che già avevano messo in atto delle collaborazioni abbastanza strette, ad esempio alcuni uffici sono insieme mentre altri viaggiano per i fatti loro. Un’altra collaborazione molto forte riguarda la formazione permanente del clero, per la quale abbiamo parecchi incontri all’anno, in genere ogni 15 giorni nel periodo da ottobre a maggio. Poi ci sono alcuni ritiri che facciamo insieme, sempre come preti, così come abbiamo già insieme il Consiglio pastorale diocesano e il consiglio presbiterale, quest’ultimo è un gruppo di preti che affrontano questioni riguardanti i preti. Di consiglio presbiterale ce n’è uno per diocesi, sono separati, come previsto dal diritto canonico, però io li convoco sempre insieme. Sono  alcuni dei passi che sono già stati fatti. Nel mese di febbraio ho indetto un’assemblea generale del clero, perché secondo me era arrivato il momento di pensare a un vero accorpamento. Vi è stata un’adesione molto forte e il parere è stato positivo. Stessa cosa dopo circa una settimana  l’ho organizzata con il consiglio pastorale diocesano, dove sono presenti in maggioranza laici, e anche lì è venuto fuori un accordo. Adesso come stiamo procedendo? Stiamo cercando di realizzare il progetto con passi progressivi. Ci siamo fatti aiutare da alcuni esperti in fusioni delle diocesi, abbiamo trascorso una giornata insieme, un gruppetto di persone, una ventina,  e adesso ci stiamo dando alcuni obiettivi che prossimamente proporrò al clero e anche ai laici, per un avvicinamento all’accorpamento a livello di iniziative e di uffici. Dedicheremo il prossimo anno in modo particolare a dei momenti di incontro e di conoscenza per arrivare poi, probabilmente, a una fusione effettiva tra un anno o due. In questo momento si continua a viaggiare praticamente in parallelo, con dei grandi contatti e poi vedremo, anche perché le nostre sono due realtà molto piccole. Fossano infatti conta 41.700 abitanti mentre a Cuneo siamo sui 115.000 circa. Realtà piccole rispetto alle altre diocesi piemontesi.

Lei è originario di Poirino, suo papà era operaio alla Fiat e sua mamma casalinga. Quali sono stati i loro insegnamenti, quelli risultati importanti per la sua crescita personale?
Certamente la concretezza della vita familiare e una fede semplice, che ho vissuto nel mio paese, all’oratorio, andando a giocare a pallone, sport che ho sempre praticato molto volentieri. Poi sono andato avanti, ho avuto un’esperienza molto semplice di vita familiare. I miei genitori non ci sono più, se ne sono andati alla fine del ’99 mia mamma e alla fine del 2002 mio papà. Ho camminato per 35 anni nella diocesi di Torino, come viceparroco per dieci anni, poi per altri dieci anni in una parrocchia della prima cintura, otto anni in un’altra parrocchia, poi sono finito in Curia per quattro anni. Poi ancora tre anni di spostamenti vari, per finire nel mio paese come parroco di quattro parrocchie. Dopo appena un anno è arrivata la chiamata per venire qui a Cuneo e Fossano. Un percorso, se vogliamo, molto ordinario, molto semplice. Io vengo da gente semplice, mio papà e mia mamma avevano solo il titolo di 5a elementare, però erano veramente forti nei valori.

Nel discorso della montagna Gesù, parlando delle beatitudini cita i misericordiosi, gli operatori di pace, gli umili, chi cerca la giustizia. Nella società attuale c’è sempre più arroganza, meno tolleranza, aumenta la diffidenza nei confronti del prossimo. Cuneo per certi versi è ancora un’isola felice, forse. Ma come diocesi, come vivete questi problemi e come li affrontate?
Parto dal fatto che l’ambiente cuneese, come sto notando, è più a misura d’uomo, e questa è una cosa molto bella. Dove ci si conosce dove ci si parla, dove è facile intessere delle relazioni. Molto più difficile è la realtà torinese, a livello di numeri, di grandezza e a livello sociale. Nell’ambiente cuneese, le parrocchie hanno ancora una grande forza nel tessuto sociale, dove agiscono con grande generosità da parte dei preti. E di questo sono veramente contento. Da parte mia vedo che sono stato accettato dai sacerdoti, mi vogliono bene e io cerco anche di essere molto vicino a loro. Dal punto di vista sociale come si sta evolvendo? Ho un po’ l’impressione che nella realtà cuneese i grandi problemi sociali vengano avvertiti con qualche anno di ritardo rispetto alle grandi città. Qui non abbiamo una grande immigrazione, ci sono alcuni che sono rifugiati e sono accolti in diverse strutture, tra cui alcune strutture parrocchiali che si sono mosse in questa direzione coordinate dalla Caritas diocesana. Sull’occupazione ho visto che è stata toccata un po’ di meno rispetto ad altre realtà tipo quella torinese,  la crisi si è sentita anche a Cuneo ma non in una maniera drammatica come è capitato in altri grandi centri urbani, qui c’è ancora una discreta occupazione. Queste sono un po’ le mie impressioni ma purtroppo sono solo poco più di tre anni che sono qui e la mia conoscenza è un po’ marginale.

Abbiamo incontrato il presidente del centro islamico di Cuneo. Da poco è iniziato il Ramadan per il quale i mussulmani di Cuneo hanno lanciato la parola d’ordine’ dialogo e tolleranza’. La speranza di un futuro migliore può passare anche attraverso queste due parole?
Innanzitutto ci conosciamo come responsabili e questa è una cosa molto bella. Io ero presente quando hanno inaugurato il centro culturale islamico che diventa in pratica una moschea, perché anche lì hanno fatto il mihrab (la nicchia che all’interno di una moschea indica la direzione della Mecca Ndr) come punto di riferimento. C’è una simpatia semplice con loro. Non sono però a conoscenza di quali numeri abbiano gli islamici nel cuneese, non sono moltissimi, però è bene che abbiano il loro punto di riferimento. Io sono convinto che troveremo dei punti di contatto dal punto di vista sociale, mentre dal punto di vista dei valori ho constatato che  i responsabili islamici sono molto disponibili al dialogo. Ci siamo già incontrati più volte e questo mi fa molto piacere, proprio perché credo che il discorso religioso occupi una dimensione molto importante della vita umana.

Specie oggi, con la società multirazziale con la quale dobbiamo confrontarci.
La nostra non è ancora tanto multirazziale, la presenza degli stranieri non è molto numerosa. A livello di diocesi abbiamo il cosiddetto servizio migranti, collegato alla Caritas, che incontra stranieri cattolici di varie provenienze. C’è un sacerdote incaricato di seguirli e una volta al mese, in un centro, hanno la loro messa secondo le loro lingue e ci sono, per esempio, cittadini rumeni, dello Sri lanka, peruviani, ecuadoregni, africani francofoni. C’è una festa dei popoli, la facciamo sempre all’inizio di gennaio, ed è molto bella vivere l’eucarestia con loro, secondo le loro varie espressioni. Io cerco sempre di partecipare ed è qualcosa di molto caratteristico. Questi ultimi anni abbiamo cercato di farlo nelle parrocchie, cambiando spesso sede, per dare visibilità a questi gruppi di cattolici che sono una minoranza, ma che hanno la loro importanza.

Nell’epoca delle fake news anche i numeri dei migranti viene utilizzato dai populisti per spaventare la gente.
Dobbiamo sempre fare molta attenzione alle notizie che vengono diffuse. Io i dati sulla presenza dei migranti li ho dalla Caritas diocesana più altri che ci arrivano dalla prefettura. Credo che occorra sempre verificare le fonti per evitare di mettere in giro degli allarmismi inutili. Un problema che è collegato alla presenza degli stranieri è certamente nella raccolta di frutta  e verdura, con questi stagionali ai quali non sempre viene riservato il giusto trattamento e il giusto riconoscimento. Ci stiamo interrogando su che cosa fare perché ci sia una maggiore accoglienza anche verso questi stagionali. Qui il numero è quasi impossibile conoscerlo, perché sono sparsi per la provincia.

Lei citava le sue origini umili. Oggi abbiamo un Papa considerato del popolo, oltre che popolare. Sta rivoluzionando la Chiesa dall’interno e si sta rendendo protagonista di gesti importanti nei confronti di chi ha bisogno. Si ritrova molto in questa figura?
Molto. Ho avuto anche la fortuna di parlargli alcune volte. Lui richiama moltissimo l’accoglienza e non soltanto l’accoglienza generica, chiede l’integrazione, su cui insiste moltissimo. L’ha fatto in vari suoi documenti e continua a ripeterlo con forza, un integrazione che deve passare attraverso il guardare in faccia l’uno verso l’altro, con molta semplicità. Il Santo Padre ci sta dando l’esempio, io sono convinto che stia dando una grossa testimonianza nella Chiesa intera ma anche al mondo intero, proprio per la sua sensibilità che chiede che, in un qualche modo, sia ribaltata anche nelle nostre strutture diocesane e noi tentiamo di fare qualcosa.

Un messaggio per i fedeli delle due diocesi
Voglio dire che il cammino di orientamento che abbiamo iniziato verso l’accorpamento delle due diocesi, è un aspetto molto importante che ci aiuta a mettere insieme le forze e quindi dobbiamo avere il coraggio di percorrere delle vie nuove, il coraggio anche di metterci in discussione in prima persona per verificare se, veramente,  oggi stiamo annunciando il Vangelo. Perché questo deve essere l’obiettivo della Chiesa, la testimonianza, per cui se da un lato occorre avere tanto coraggio, bisogna avere anche l’umiltà di metterci in ascolto gli uni verso gli altri. Io sono convinto che questo sia un tempo di grazia perché non è la questione puramente meccanica di mettere insieme le forze ma è anche un occasione per ripensare la nostra azione pastorale. Per cui, direi che dobbiamo essere molto fiduciosi, pregarci sopra ma anche chiedere la protezione dello Spirito Santo perché ci illumini per cercare di capire dove indirizzare il nostro cammino. Io sono molto fiducioso.