A Cuneo, Chinnici, Falcone e Borsellino… raccontati da vicino foto

"E' giusto fare memoria, perchè fare memoria è importante"

Cuneo. Sono le 17.30 del 9 maggio. La sala Einaudi del Centro Incontri della Provincia è gremita e pende dalle labbra di un signore che, suffragato da alcune slides e ricco di un’esperienza di vita più unica che rara parla a braccio, con cordiale semplicità.

Si chiama Giovanni Paparcuri, ma preferisce farsi chiamare Giovanni e farsi dare del tu. È stato l’autista di Rocco Chinnici e colui che ha permesso a Paolo Borsellino di creare la prima banca dati informatizzati sulla Mafia.

Sono presenti gli alunni della Scuola media di Via Mazzini che ricordano uno ad uno i nomi delle vittime di Cosa nostra nelle stragi di Capaci e Via D’Amelio: sotto gli applausi dei presenti, alzatisi spontaneamente in piedi.

Introduce e coordina l’incontro il Dirigente scolastico Paolo Cattero che sottolinea il valore di queste iniziative, condotte all’interno dell’Educazione alla cittadinanza e alla legalità.

«E’ giusto fare memoria, perchè fare memoria è importante» ribadirà Giovanni Paparcuri che si presenta come un semplice ex-dipendente del Ministero di grazia e giustizia che crede nello Stato… nonostante tutto. Il 29 luglio del 1983 fu vittima della prima autobomba usata per uccidere un giudice in Italia. A Palermo. E vide la morte da vicino. All’epoca era l’autista del magistrato Rocco Chinnici « di cui si parla sempre troppo poco – precisa ». Il Consigliere Chinnici sotto cui lavoravano Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, considerati da molti “eroi” di uno Stato spesso latitante.

« La prima volta che fui al suo servizio – racconta, mi chiese di accompagnarlo al liceo Umberto I ed io mi chiesi che cosa ci andasse a fare un magistrato in una scuola. Che sia per andare a prendere suo figlio? Invece entrò nell’aula magna e si sedette accanto agli studenti (non era sua abitudine sedersi di fronte o dietro le scrivanie) spiegando loro, come se fossero suoi figli, i rischi degli stupefacenti e della mafia ».  Rocco Chinnici aveva intuito il ruolo chiave dell’educazione nella formazione delle giovani generazioni. Un antesignano, per certi versi.

Giovanni ha un fare colloquiale, quasi familiare che ci fa dimenticare la distanza dal palco e perfino i microfoni che veicolano la sua voce con una bella inflessione palermitana. In uno stile avvincente ed impressionante al tempo stesso. « Il Consigliere Chinnici non aveva paura per sè, ma era preoccupato per gli uomini della sua scorta, ci tiene a rimarcare ».

Racconta il momento dell’attentato a cui è sopravvissuto a braccio, coinvolgendo i presenti e parlando del “tunnel di luce” (esperienza di morte imminente) e della propria sensazione di pace e quiete, seguita da un risveglio brutale dove percepiva la morte non riuscendo più a sollevare le palpebre e temendo di chiudere gli occhi… per sempre! Ironizzando anche su una scena del film in cui, nonostante le ore e i giorni di narrazione e di precisazioni, la fiction non abbia assolutamente aderito ai fatti.

Colui che aveva 27 anni all’epoca dei fatti, non teme oggi d’illustrare l’inerzia dello Stato di allora, riferendo come « In pratica non hanno voluto salvarlo il Consigliere Chinnici ». Ora che da 9 anni è in pensione, riconosce volentieri che – pur continuando a criticarlo – « ho il senso dello Stato e del dovere perchè credo in certi valori ».

Lui che dopo tutte le sue disavventure per uno stipendio, all’epoca, di 330 mila lire, non ha ricevuto nessuna medaglia, nessun riconoscimento. E nessuna promozione. Anzi, racconta come « il 14 marzo 1985, giorno del mio compleanno, sono stato retrocesso dal 4° livello all’ultima qualifica della gerarchia del Ministero di grazia e giustizia, quella di commesso giudiziario!».

La rettifica allo “sbaglio” arriverà solo 10 anni dopo quando, per ristabilirlo al 4° livello, gli chiederanno di superare un esame in dattilografia (lui che per primo aveva informatizzato i dati sulla Mafia).

Tutto questo però non sembra aver minimamente scalfito la determinazione di Giovanni Paparcuri che anzi ricorda con affetto la presenza dei giudici Falcone e Borsellino al proprio matrimonio, « Il dottor Falcone che – precisa in un alito di malcelata malinconia – oggi avrebbe 80 anni ».

Ricorda con orgoglio l’iniziativa della “Nave della legalità” una nave che salpa da Palermo il 23 maggio di ogni anno e che nel 2109 commemorerà il 27° anno delle stragi di Capaci e di Via D’Amelio in cui, com’è noto, persero la vita rispettivamente Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, unitamente agli uomini della loro scorta.

« Quelle di Falcone e Borsellino furono morti feconde – precisa con coraggiosa lucidità Paparcuri – perchè hanno reso possibile un vero cambiamento nelle mentalità e nella società »

Giovanni ne parla come di persone vive e presenti: con i loro pregi e i loro difetti. Difetti che fanno sorridere l’uditorio (come la pignoleria e la testardaggine di Falcone), alleggerendo la narrazione di questi pesanti avvenimenti. Ma soprattutto trasmettendo la freschezza di una realtà capace di togliere i personaggi dalle statiche icone loro attribuite per restituirceli in una dimensione più umana e vicina alla vita quotidiana.

Così cita Borsellino che disse: « Vedevo i miei figli solo quando dormivano. Davo loro un bacio al mattino prima di uscire, quando erano ancora a letto e un altro la sera quando rientravo e loro già dormivano ».

Paparcuri non si sottrae neppure alle domande più impertinenti del pubblico, curioso di conoscere gli insulti che i mafiosi proferivano contro i loro avversari, come “Muffuto!” o “Cornuto e sbirro!” o, in un certo periodo, “Pentito!” “Buscetta!”.

« Ma – conclude – i veri eroi non eravamo noi. Erano le nostre mogli, i nostri figli, le nostre madri che ogni mattina ci salutavano con un bacio e un sorriso velato di malinconia non sapendo se, la sera, ci avrebbero ritrovati vivi ».