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Il mio capolavoro di Gastón Duprat foto

Recensione dell'esperto Mattia Bertaina del Cineclub Méliès di Busca

Arturo e Renzo sono amici da una vita; gallerista col fiuto per gli affari il primo, artista tutto genio e sregolatezza il secondo.

Li dividono differenze incolmabili di vedute sull’arte e sulla vita: Arturo è un uomo ordinato, elegante, distinto, che sta stare nella società, un buon commerciale; Renzo detesta il prossimo, vive al limite dell’indigenza, non è disposto a scendere a compromessi, sa essere spesso detestabile. Ma l’amicizia che li lega li conduce ad affrontare insieme degli eventi impensabili.

“Il mio capolavoro” di Gastón Duprat, stimato cineasta argentino, torna a battere i sentieri dell’arte contemporanea (dopo il già notevole “L’artista” del 2008) con un’ironia ed una sapidità che caratterizza il suo modo di intendere e di fare cinema.

Rispetto all’ultima fatica, “Il cittadino illustre” (2016), interrompe il suo sodalizio con il compagno artistico di una vita, Mariano Cohn (che però produce il film), e cambia il focus dell’analisi: non più la figura dell’artista e del suo ruolo nella società (anche se non si sottrae ad alcune stoccate taglienti “Se sei abbastanza egoista e non ami nessuno allora sei un artista”) quanto invece il mercato dell’arte, fatto di ipocrisie, manipolazioni, sedicenti esperti e appassionati danarosi, geni incompresi e critici col sopracciglio alzato. La dimensione dell’inganno innerva fin da subito il canovaccio con la presentazione in voice over di Arturo “Vendo opere d’arte, e il mio segreto è che sono un assassino”. Il mondo dell’Arte, protagonista indiscussa della pellicola, viene rappresentato in tutta la sua volubilità, nella sua inconsistenza, nei capricci e nelle bizzarrie, che sembrano non avere mai fine.

Il nuovo lavoro di Duprat ripercorre a ritroso la storia di Renzo, del suo incidente dopo una sbronza e la sua temporanea perdita della memoria, che avrà sugli eventi, un effetto tragicomico con scenari imprevisti. Nei panni dei due protagonisti due volti molto amati in Argentina, Guillermo Francella e Luis Brandoni; una pellicola che, con ironia, picchia duro sui luoghi comuni e sulla scialba superficialità di questa epoca. Lo fa bene, il film funziona, anche se la profondità di analisi e di sintesi non raggiunge le vette sfiorate dal precedente lavoro.

“Il mio capolavoro” resta un’opera sicuramente meritoria ed un antidoto contro il logorio della vita moderna.