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Vino e dintorni: il Paradosso Francese e il nostro cervello

Il presunto fenomeno per il quale in Francia, nonostante l’alto consumo di alimenti grassi, l'incidenza di mortalità per malattie cardiovascolari è relativamente bassa, inferiore ad altri Paesi dieteticamente simili.

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L’articolo di oggi è nato in maniera molto particolare, un amico ha condiviso una lettura di “The Wall Street journal” dal titolo: “The Food That Helps Battle Depression”. Una lettura che consiglio per capire su come sia importante scegliere con cura ciò che mangiamo e quali siano gli effetti sul nostro corpo e in particolar modo la nostra salute mentale e fisica. Da questa lettura mi sono poi spostato su ricerche e correlazioni tra il vino e la dieta mediterranea.

Mito che, a parer mio, meriterebbe approfondire essendo superato e in parte errato. Ragionamenti, questi effettuati grazie al Professor Rocca che in una sua lezione ci ha fatto notare come l’uomo sia “Plastica” e di come ad esempio in Antartide non si mangino molte verdure!

Lasciato l’argomento Dieta Mediterranea mi ha incuriosito: Il Paradosso Francese. Per paradosso francese si intende il presunto fenomeno per il quale in Francia, nonostante l’alto consumo di alimenti grassi, l’incidenza di mortalità per malattie cardiovascolari è relativamente bassa, inferiore ad altri Paesi dieteticamente simili.

Su tale paradosso si è speculato che il consumo di vino rosso potesse proteggere da malattie cardiache. I nonni dicevano perciò che il vino rosso fa buon sangue, con tanto di ricerche che tentarono di dare una spiegazione scientifica utilizzando il RESVERATROLO. La sostanza che salverebbe il cuore, è contenuta nell’uva a bacca rossa e osannata dai produttori di vino come grande antitumorale perché nemico dei radicali liberi.

Perché il resveratrolo possa avere effetto, deve avere una concentrazione nel sangue consigliata di almeno 10 mg/l (Yu e al., 2003). In altri termini deve circolarne nel nostro corpo circa 50 mg. La buccia dell’acino di uva rossa contiene circa 50-100 microgrammi di resveratrolo/grammo di peso secco e la sua concentrazione nel vino rosso è dell’ordine di 0,3-0,5 mg/l. In altri termini, dobbiamo bere circa 20 litri di vino al giorno, ammesso che il resveratrolo abbia una vita media di ben 24 ore!

Morale: chi semplifica troppo i problemi spesso rischia di cadere in errore.

Prendendo in osservazione lo Stile Alimentare Francese si può invece notare che mangiare formaggi e burro non fa male al cuore; Inoltre consumare grassi di qualità non provoca sovrappeso, tant’è che i francesi hanno una percentuale di sovrappeso inferiore agli italiani che usano l’infallibile dieta mediterranea.

Nonostante questa svista possiamo però affermare con sicurezza che un consumo controllato e adeguato di vino di qualità ha delle proprietà benefiche, date da un insieme di sostanze contenute all’interno. Previene l’aterosclerosi abbassando il colesterolo cattivo e aumentando quello buono, diminuendo l’aggregazione delle piastrine. Effetti positivi si hanno in alcune malattie neurologiche di tipo acuto come l’ictus ischemico. Altre patologie in cui il vino interviene positivamente sono il diabete, l’osteoporosi e la menopausa. Il motivo di questa riduzione del rischio è dovuto al fatto che la presenza al suo interno di sostanze antiossidanti (ANTOCIANI, TANNINI, RESVERATROLO, FLAVONI E COSI’ VIA), SOSTANZE CHE COMBATTONO I RADICALI LIBERI ACCUMULATI GRAZIE AI NOSTRI STILI DI VITA SCORRETTI COME AD ESEMPIO GLI ABUSI DIETETICI, LA SEDENTARIETA’, IL MANCATO CONTROLLO DELLO STRESS.

“Der Mensch ist was er isst”

In italiano “l’uomo è ciò che mangia” direbbe il filosofo: tedesco, polemico contro il dualismo di anima e corpo e ispiratore di Engels e Marx, Ludwig Feuerbach. Da qui un profondo cambiamento: “La vecchia filosofia partiva da questo assioma: «Io sono un’essenza soltanto pensante, astratta; il corpo non è costitutivo della mia essenza». La nuova filosofia comincia invece con l’assioma: «Io sono un essenza reale, sensibile: il corpo è costituivo della mia essenza; anzi, il corpo nella sua totalità è il mio io, la mia essenza stessa»”. (Principi della filosofia dell’avvenire, 1843)

Perché questa parentesi filosofica, dalla quale però nasce il termine di Neurogastronomia, vi chiederete? Semplice, perché questo risultato filosofico porta alla scoperta che una parte del cervello stimola inconsciamente a mangiare sempre meglio e contemporaneamente a voler mangiare ma soprattutto ad apprezzare la qualità. Questo grazie al percorso del piacere nel cervello. Il centro del piacere è formato da varie zone cerebrali specifiche, come l’area tegmentale ventrale (VTA), che proietta le connessioni neuronali verso altre aree implicate in questo processo.

Queste aree sono: il nucleus accumbens, il corpo striato, la corteccia cingolata anteriore, l’ippocampo, l’amigdala e la corteccia cerebrale. Ognuno dei centri implicati nel processo del piacere o della ricompensa è collegato a diverse funzioni. Per esempio, il corpo striato è collegato alla nascita delle abitudini, la corteccia cingolata anteriore e l’amigdala sono collegate alle emozioni, l’ippocampo alla memoria e la corteccia prefrontale al ragionamento e alla pianificazione.

La dopamina è il neurotrasmettitore che permette la comunicazione tra i VTA e il resto della zona. Quando certe esperienze attivano il neurone del VTA e rilasciano la dopamina, vengono classificate come piacevoli e verranno quindi ricordate ed associate ad eventi positivi, il che favorirà la ripetizione di queste azioni in futuro.

Esistono molte situazioni nelle quali svolgere un’attività concreta può attivare il circuito del piacere e farci sentire bene. A seguire alcuni esempi di attività che di solito attivano questo circuito:

Avere rapporti sessuali.
Ascoltare la musica.
Fare sport.
Consumare certe droghe.

E infine mangiare cibo ad alto contenuto calorico ma soprattutto di qualità, soddisfacente. Ecco quindi spiegato il rapporto tra un corretto consumo di vino e cibo di qualità e il cervello, nello specifico la produzione di dopamina e la memoria a lungo termine dell’ippocampo.

Interessante è vedere, secondo gli studi sulle relazioni psicofisiologici, che esiste una differenza temporanea e fisica tra le emozioni e i sentimenti che possiamo percepire o meglio produrre interiormente dalle azioni sopra nominate. Questo perché grazie proprio all’Amigdala viene elaborata l’informazione che provoca una prima reazione autonoma, con la funzione di mettere in allerta l’organismo.

In questa fase l’emozione determina quindi diverse modificazioni somatiche, come ad esempio la variazione delle pulsazioni cardiache, l’aumento o la diminuzione della sudorazione e l’aumento o il rilassamento della tensione
muscolare. L’emozione avviene contemporaneamente inviata dal talamo alle cortecce associative, dove viene elaborata in maniera più lenta ma più raffinata.

In seguito, viene emessa un tipo di risposta considerata più adeguata alla situazione, che appartiene al proprio ambiente culturale. Le emozioni, quindi, inizialmente sono inconsapevoli; solo in un secondo momento noi “proviamo” le Emozioni, abbiamo cioè un sentimento.

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